[ ARTE E MISERIA ]
Per la statua di Pallade in Atene e per quella di Zeus in Olimpia non erano stati lesinati oro e avorio; i templi
degli dèi, le chiese, le immagini dei santi, i palazzi dei re sono presso quasi tutti i popoli un esempio dello
splendore e della magnificenza, e da sempre le nazioni gioirono nell'ammirare nelle loro divinità la loro ricchezza,
come si rallegrarono della magnificenza dei principi, in quanto esistente e proveniente da loro.
Ci si può certo rovinare un simile piacere con i cosiddetti pensieri morali, se si pensa a quanti poveri ateniesi
avrebbero potuto essere saziati, quanti schiavi avrebbero potuto essere riscattati con il manto di Pallade; anche
presso gli antichi tali ricchezze, come presso di noi adesso i tesori dei conventi e delle chiese, sono state
impegnate, in grandi ristrettezze per lo Stato, per scopi utili. Inoltre, tali meschine considerazioni si possono
fare non solo a proposito di singole opere d'arte ma addirittura dell'arte in generale, giacché quali somme non
costano allo Stato un'accademia o l'acquisto di opere d'arte antiche e moderne e la costruzione di gallerie, teatri,
musei.
Ma per quanti sentimenti morali ed emozioni possa suscitare il tema, ciò è possibile soltanto per il fatto di
richiamare alla memoria il bisogno e la miseria, alla cui sparizione deve concorrere proprio l'arte, sì che il dare
i propri tesori per una sfera che all'interno della realtà stessa si solleva ampiamente al di sopra di ogni miseria
reale può essere attribuito a ogni popolo solamente a gloria e onore
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni di Estetica
(da Arte e morte dell'arte - percorso nelle Lezioni di Estetica, a c. di P. Gambazzi e G. Scaramuzza,
Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 137-138). |