LE INSIDIE DELLA CULTURA
Perorazione dell'autenticità

Immaginiamo un tema letterario capace di accarezzare la nostra fantasia. Oppure una questione di teoria poetica che per la sua crucialità ci sta particolarmente a cuore. Pensiamo di dibatterne, magari con lodevole fiducia nel potere salvifico della parola. Poi proviamo a esporne i contorni e a esplorarne le implicazioni. Accade non di rado che la trattazione assuma sin dalle prime battute l'odore acre e sgradevole della discussione da salotto.
Quella del salotto è una vera e propria categoria intellettuale. Il timbro esistenziale dell'inautentico. Alla sua ombra lo slancio naturale si rapprende in posa culturale, la purezza dell'istinto si corrompe in polvere accademica o in vezzo modaiolo.
La relazione tra cultura e natura è questione antica, vessata e in fondo irrisolta. Senza bisogno di avventurarsi nei meandri del suo sviluppo storico, possiamo assumere come dato certo il fatto che da molti decenni anche il mondo contemporaneo ha realizzato la sua peculiare equazione di cultura e ciarla, di riflessione estetica e divertissement ostentatorio, di poesia e trastullo intellettualistico.
Che le cose nascano tenere e fluide per poi sclerotizzarsi è ineludibile decreto di natura. Ma nel campo poetico e poetologico tale processo comporta ricadute e guasti decisamente particolari. Siamo nel cuore della polarità naïveté-accademia. La parte dell'accademia e più in generale dei luoghi della pedanteria, del narcisismo e dell'affarismo acchiappagonzi merita trattazione a sé. Qui voglio solo ribadire con forza la necessità di abbandonare al loro fatuo destino la chiacchiera da caffè letterario, la lezioncina da terza pagina e l'insulsa giostra delle conferenze, in breve la cultura da salotto.
L'influsso nocivo dei mercanti di cultura, di chi per custodire il proprio ruolo di intellettuale cucina e ricucina in mille salse i tópoi dell'estetica e della prassi artefattuale, non sarà stigmatizzato mai abbastanza. Dal filologo allo storico della letteratura, dal linguista al filosofo dell'arte, i teorici d'accademia (anche quelli che cercano di redimersi collaborando a «Phémios») sono monopolizzati dall'impossibile e dunque inesauribile compito di conferire ai loro oziosi erramenti intellettuali forma di scienza. Sull'altro fronte, chi coltiva ambizioni di artista o di critico militante non trova di meglio che inseguire il sacro crisma dell'ufficialità. In un caso e nell'altro vediamo dominare le prescrizioni massime della cultura da salotto: devitalizzare, fagocitare, ruminare, rigurgitare. Il preteso addetto ai lavori ha da tempo sviluppato speciali competenze saprofitiche e ciò ha dato luogo a un articolatissimo sistema in cui mondanità ed erudizione si incircolano nel modo più vizioso.
Se il dibattito letterario vuole eludere un panorama pregiudicato fino al minimo dettaglio, se la teoresi estetica vuole alimentare l'impulso creativo, occorre ritrovare e assecondare l'innocente leggerezza che permette di affrontare le massime e le minime questioni senza il timore di indulgere alla necessaria superficialità. Pensiamo alla freschezza degli individui o dei popoli giovani, che spesso "scoprono" con nuovo entusiasmo "novità" già scoperte e riscoperte. In certi casi l'assenza di coordinate costituisce la migliore immunità dai lacci asfittici e alienanti dell'intellettualismo. Certo, all'artista e all'intellettuale in genere si pone anche il problema, assai pratico, della sussistenza; ma come lo stato di indigenza non giustifica l'infrazione delle norme civili e degli imperativi morali, così la fame - o la voracità - dell'intellettuale non legittima tradimenti di sorta ai danni della vita. Meno che mai da parte del poeta, il quale incarna, definitio realis, l'estremo limite dell'autenticità.

Giorgio Dalla Torre