POESIA E MERCATO

Inutile negarlo: il fenomeno letterario di oggi è chi vende. Se i mezzi di comunicazione si occupano ripetutamente di un libro, state tranquilli che lo stesso ha venduto milioni di copie, o ci sono ragionevoli motivi per supporre che lo farà. Si tratta, d'accordo, di casi limite o comunque limitati, ma che fanno scuola: quanti scrittori ostentano il fatto che la loro attività creativa gli paghi le sigarette, e sono fieri di presentarsi come bravi travet che timbrano ogni giorno il loro cartellino?
Dai benefici grandi o piccoli del diritto d'autore il poeta pare a dire il vero escluso per notorie motivazioni, né sembra apprezzare in modo particolare la circostanza che il suo non è un lavoro da salariato con contratti e scadenze da rispettare, aspettative da soddisfare, righe da trasformare in pagine (o viceversa) per imprescindibili esigenze editoriali. Anzi, come ci ricorda l'amico Nardini, tanti iscritti alla categoria coltivano la nevrosi da copia invenduta, sacramentando perché la poesia (la loro soprattutto) non attira orde di compratori. Se poi costoro hanno anche accesso più o meno libero a case editrici importanti che per ragioni di prestigio mantengano in vita collane di poesia, manderanno fuori a scadenze quasi fisse, al massimo ogni tre o quattro anni, ma in genere meno, una raccolta corposa e nuova di zecca. Siamo al paradosso della frenesia da mercato senza mercato.
Il fatto è che oggi vendere, o almeno essere presente sugli scaffali, è diventata la nuova frontiera del riscontro immediato per lo scrittore che non ha pazienza, e vuol sapere subito, come al gratta e vinci, se è un grande o no. Poco importa che tutto questo duri se va bene qualche settimana e che poi il libro venga - magari giustamente - dimenticato. Ci si affretta semmai a sfornarne un altro per avere una nuova conferma che si è qualcuno.
Una volta bastava essere editi per ottenere l'ammissione a una cerchia di eletti, poi vennero gli editori a pagamento e chiunque, purché provvisto di un portafoglio sufficientemente dotato, poté aspirare a quest'onore. Anche i premi hanno perso gran parte della loro autorità da quando qualsiasi pro loco si è messa ad assegnarli come cotillons di serate conviviali, e non c'è in pratica scrivente che non ne abbia vinto uno. Ecco quindi come estremo distintivo il mercato, ovvero la presenza in libreria, che ha finora permesso al "professionista" di guardare dall'alto in basso il "dilettante", in grado al massimo di regalare i propri parti letterari ad amici, parenti e vicini di casa.
Ma l'esercito degli aspiranti autori sta già studiando le contromisure per impadronirsi anche di questo status symbol, aiutato dal fatto che il libraio tradizionale, con spazi limitati e la necessità di selezionare la merce esposta, è una specie in via di estinzione. Ormai nei recenti megastore del libro, disposti su più piani e su ettari di superficie, capita sempre più spesso di trovare nella sezione di poesia, in rigoroso ordine alfabetico, le opere del classico e del vivente rinomato accanto al carneade pubblicato dall'editore ignoto. E si potrebbe andare ancora oltre, regalando, che so, una cassa di vino o dei buoni benzina a ogni acquirente del proprio volume... Chi ha un conto in banca ragguardevole, e ambizione proporzionata, a quel punto potrebbe perfino scalare le classifiche dei libri più venduti.

Carmine Adalfei