CONOSCI TE STESSO
Come per "Il macello
dei poeti", cui si ricollega, accogliamo in questa
rubrica un intervento pervenuto alla nostra casella di posta
elettronica.
(La redazione di Phemios)
Intervengo in relazione al pezzo di F.L. intitolato
"Il macello
dei poeti". Ora, anch'io sono un poeta. E cosa faccio?
Scrivo. Scrivo da tanto tempo, da quand'ero ragazzino. Anch'io, come
tutti gli scriventi, sono stato presto solleticato dall'idea di
diventare un autore "edito", magari per giunta famoso. Nella prima
gioventù ho partecipato a un paio di concorsi, di quelli a
livello molto locale, senza gran successo devo dire, ma poi ho deciso
che si trattava di fragorose bischerate, opinione mai più mutata
e anzi rafforzata quando, anni dopo, per "meriti" totalmente
extrapoetici, non potei esimermi dallo svolgere funzioni di giurato in
uno dei suddetti concorsini. Non ho invece mai inviato miei
componimenti a un editore, giudicando del tutto inutile l'operazione,
mentre d'altro canto mi spiace l'idea di mandare alla ventura, affidate
a un anonimo plico indirizzato a una ragione sociale, cose che ormai
fanno intimamente parte di me.
Non è che, intendiamoci, io sia morbosamente attaccato alle mie
carte: non è una sorta di tabù che il loro unico lettore
sia un amico di antica data, anch'egli poeta. All'infuori di lui e dei
miei più stretti famigliari, i quali penso considerino
quest'attività alla stregua di un innocuo hobby, nessuno ne
è a conoscenza, né ovviamente ritengo basilare farlo
sapere in giro, benché non me ne vergogni per nulla. A persone
veramente interessate le farei beninteso leggere con gioia, ma il
busillis è trovarle. A esser sincero un paio di anni fa un
piccolo editore, col quale sono in rapporti sempre per motivazioni
extraletterarie, mi chiese se avevo per caso racconti o poesie da
sottoporgli: me li avrebbe pubblicati volentieri gratis, poiché
stava varando nuove collane e aveva bisogno di crearsi un piccolo
"parco autori". Certo, sapevo che del mio lavoro non gliene sarebbe
importato nulla, che l'avrebbe dato fuori così alla buona per
inaugurare una collana da servire alquanto probabilmente da specchietto
per le allodole ad aspiranti disposti al "contributo spese": ma questi
non sono dopotutto ostacoli insormontabili. Però alla fine, per
farla breve, rifiutai cortesemente negando di avere alcunché nel
cassetto.
Mi atteggio dunque ad esteta, aristocratico, decadente? No, non credo.
Il fatto è che ritengo di perseguire un progetto, che pure non
mi è chiaro fino in fondo, e mi appare a poco a poco nel suo
farsi. Pubblicare oggi per me significherebbe, bisogna ammetterlo, dare
una compiutezza imperfetta a qualcosa che è ancora incompiuto.
Anche pubblicare qua e là, in riviste o miscellanee, con tutto
che non scorgo riviste o miscellanee che non mi lascino anche qualche
dubbio, sarebbe del pari una ricerca del "pezzo brillante" a sé:
e questa sarebbe una deroga al progetto unitario di cui ho detto. La
società letteraria, quelle vestigia che ne rimangono dovrei
forse dire, punta tutto appunto sull'apparire immediato, e non si
lascia dietro nulla. Prima o poi il mio disegno avrà una sua
ragione interna, e allora verrà il momento di dargli il
compimento finale: sarà lui stesso a chiederlo, ne sono
convinto. A quel punto penserò al da farsi. Bisognerà
cercare un editore, al limite pagarlo? Va bene. Non è che mi
aspetti nulla di taumaturgico dalla pubblicazione, a dire il vero.
Può darsi che quanto faccio abbia valore soltanto per me. Ma se
quella allora si paleserà come la soluzione migliore, ben venga.
In definitiva, plaudo a F. L. se ha agito come ha agito per intima
necessità, su dettato della sua stessa opera. Se non ha fatto
così, se i suoi ripensamenti, se la sua ricerca di ulteriori
immediate gratificazioni (come i premi letterari) nasce da uno
sfasamento tra volontà e sentimenti profondi, allora ha male
investito il suo tempo e il suo denaro, nonché la sua poesia.
Arrivederci
G.V., Firenze