AI POSTERI L'ARDUA SENTENZA
A bocce ormai ferme torniamo su una quaestio che anni fa è divampata nel mondo della poesia italiana
(ma neanche poi tanto, se si eccettua un piccolo gruppo di interessati con accesso a importanti mezzi di
comunicazione): non per rivangare polemiche futili, quanto per cercare di trarne una morale. Qualche lettore
ricorderà forse la storia - riassumiamo per sommi capi - delle poesie che Montale, a partire dall'inizio degli
anni Settanta, consegnò a una collaboratrice, suddivise in numerosi piccoli mazzi racchiusi in buste chiuse,
con l'ordine di rendere pubbliche tali buste e il loro contenuto, dopo la sua morte, una per volta, a scaglioni
ben distanziati di qualche anno.
La polemica si è appuntata più che altro sull'autenticità del legato, messa in dubbio da alcuni, benché a quanto
pare gli incartamenti fossero controfirmati da un notaio e siano stati poi pubblicati dall'editore italiano con
il più alto fatturato. A noi pare che invece si sia badato troppo poco all'aspetto più propriamente letterario,
ovvero antiletterario, della vicenda. Dando dunque per scontato, come pare che sia, che Montale abbia effettivamente
congegnato il suo generoso lascito ai posteri, con il fine dichiarato di "tener desta l'attenzione" dopo la sua
dipartita terrena, viene da chiedersi: agisce davvero così un poeta?
Un poeta, se ha composto qualcosa che ritiene valido, lo pubblica, oppure, se per un qualunque motivo i tempi non
gli apparissero maturi, lo tiene nel cassetto in attesa del momento opportuno. Ma se pianifica a tavolino "scoppi
ritardati" addirittura post mortem, con tanto di meticolose istruzioni e bolli notarili, allora sorge il
sospetto che nei suoi pensieri non ci sia tanto la poesia, e il pur legittimo desiderio di farla circolare, quanto
la volontà cieca di far parlare di sé, di coltivare una fama anche attraverso i mezzucci del pettegolezzo e della
suspense protratta e reiterata. Fra l'altro il poeta degli Ossi di Seppia non fu nemmeno,
nell'organizzare tutta quest'operazione, un buon profeta, e si figurò una società dei decenni futuri con il
fiato sospeso in attesa delle sue "rivelazioni", mentre queste ultime hanno suscitato ben poco interesse a parte
qualche scaramuccia - per prosaicissimi affari, sembra, di curatele e prefazioni - fra gli addetti ai lavori
editoriali, ormai privi di reali contatti e di sollecitudine nei confronti della comunità dei lettori (se ne
avessero avuti, avrebbero commentato: «Ma guarda un po', il vecchio Eugenio ci ha voluto fare uno scherzetto da
prete, adesso rileggiamoci La casa dei doganieri...»).
Qual è, infatti, il valore poetico di questo opus postumum montaliano? Del tutto insignificante, come
d'altronde la produzione coeva data illico et immediate alle stampe, costituita primariamente da
pensierini pseudofilosofici e da chiacchiericcio di fureria letteraria snocciolati con compiaciuta incontinenza.
E d'altronde, ribadiamo, se Montale, che era stato un grande poeta e certo possedeva fiuto critico, avesse avuto
coscienza di aver scritto delle eccellenti poesie, ne avrebbe rinviato scientemente di vent'anni e più l'apparizione,
tanto più che le possibilità di pubblicazione non gli facevano sicuramente difetto?
I versi dell'ultimo Montale insomma, e non soltanto quelli postumi, testimoniano, oltre all'ansia di "esserci",
un atto di ripulsa verso la poesia che lo aveva abbandonato, o che forse aveva abbandonato per seguire altre
cose. Quali, ad esempio, l'ambizione di stare a qualunque costo al centro di un'illusoria scena.
Jacopo Panerai |