IL TRIBUNALE DELLA POESIA

Coloro che scrivono nutrono, come in fondo chiunque svolga una qualsiasi altra attività umana, una comprensibile esigenza di legittimazione. Desiderano, in altre parole, che qualcuno certifichi, a loro stessi e alla società, che quelle da loro scritte sono poesie: anche se storicamente esistono i poeti di tutto rispetto che durante la loro vita non sono mai stati presi sul serio da nessuno.
Contandosi ormai i poeti a milioni, un "tribunale della poesia" che possa occuparsi di tutti dovrebbe tuttavia essere un'istituzione occhiuta, con un gran numero di giudici, cancellieri, impiegati, uscieri. Ma, anche immaginandone l'esistenza, quanti ne accetterebbero poi le sentenze? Quanti chiederebbero un processo di secondo, di terzo grado, e ancora non sarebbero soddisfatti? Perché, in fin dei conti, da dove deriverebbe la sua autorità questo tribunale? Da dove la derivano coloro (critici, direttori di collane, poeti "seniores", giurie di premi...) che in qualche modo e in qualche misura tentano di farne le veci?
Dunque, manca la possibilità di riconoscere il più oggettivamente possibile una poesia autentica? Evviva la soggettività, todos poetas? Qualunque scalcinato personaggio che un salotto snob voglia imporre all'attenzione può diventare impunemente "il più grande poeta contemporaneo" per un giorno? Oppure il destino è una monodimensionalità cronologica tutta incentrata sul presente, sull'hic et nunc, spesso con una conoscenza prodigiosa e approfonditissima di dettagli, di nomi, di vicende, di bibliografie dell'ultimo semestre, ciò che conta è esserci adesso?
Il vero "tribunale della poesia", se vogliamo utilizzare questa immagine giudiziaria lievemente cupa, in realtà esiste, ed è quello che ha sempre efficacemente operato: la tradizione. Detto così suona un po' troppo generico? Già, non avete torto. Chi può parlare a nome e per conto della tradizione? E a questo punto saremmo daccapo.
Mettiamola allora in questi termini, per semplificare al massimo: il tribunale della poesia è l'antologia del liceo, cui tempo fa avevamo dedicato un intervento (Panegirico dell'antologia del liceo). È uno scherzo? No, affatto. Quando avete un poeta che volete "giudicare", magari un poeta che avete sentito magnificare da qualcuno, prendete una sua poesia e leggetela dopo un certo numero di poesie tratte in parti uguali dai tre volumi dell'antologia del liceo, più poesie sono meglio è. Vi sembra che possa reggere un simile confronto, nel senso che non appare qualcosa di totalmente estraneo, imparagonabile, di tutt'altra parrocchia? Se sì, e se non avete barato sulla risposta, è veramente una poesia, almeno in nuce (ma attenzione che non si tratti solo della contraffazione di qualche aspetto di un poeta dell'antologia, perché allora saremmo del tutto fuori strada). Se no è un'altra cosa, non per questo necessariamente degna del fuoco. Altri metodi efficaci che non siano elaborazioni più raffinate di questo non ce ne sono.
Ribadiamo ancora una volta che solo così si può restituire al pubblico, e in ultima istanza a ogni singolo lettore, un vero ruolo di attore nel campo della poesia. E solo così la poesia può veramente vivere, può aprirsi a dimensioni non meramente solipsistiche, come ci pare sia accaduto di rado negli ultimi decenni. In caso contrario avremo solo tanti piccoli "tribunali di campagna" isolati che sentenziano secondo criteri autarchici, contrapponendosi fra di loro in un'indifferenza sempre più sconsolata e generale da parte del mondo esterno.

Carmine Adalfei - Jacopo Panerai