UN «BUCO» PER LA SCUOLA

Parlate con persone che, senza essersi mai occupate troppo da vicino di poesia, abbiano un generico interesse verso di essa, e vi accorgerete di un fatto: la poesia che avvertono come più "loro", quella in cui si riconoscono maggiormente, coincide con quella risalente a circa un cinquantennio prima dei loro studi scolastici. Persone ad esempio molto anziane, che abbiano frequentato la scuola prima della guerra, guarderanno soprattutto a Carducci, mentre gli ex studenti degli anni Quaranta o Cinquanta saranno particolarmente in sintonia con D'Annunzio o, più facilmente, con Pascoli, mentre chi era tra i banchi fra i Settanta e gli Ottanta avrà piuttosto come riferimento Montale, Ungaretti e dintorni.
È una sfasatura normale, dovuta in parte alla cautela della scuola nell'assorbire le novità, in parte, più in generale, al periodo di latenza richiesto perché la società (esclusi i piccoli gruppi più avanzati) metabolizzi la nuova poesia. Così, trascorso all'incirca mezzo secolo, una produzione di alto livello risulterà acquisita al patrimonio comune, e nel contempo apparirà per certi tratti "fresca", non ancora pienamente storicizzata.
Un fatto fisiologico. Ma per chi è studente oggi, sorvolando sulle condizioni a occhio e croce di sfascio in cui versa la nostra scuola, qual è il modello più vicino di poesia che viene trasmesso? I conti sono presto fatti: retrocedendo di cinquant'anni siamo ormai a ridosso della cosiddetta Neoavanguardia dei primi anni Sessanta e di simili manifestazioni di nichilismo letterario. Non sappiamo se un materiale del genere, inconsistente e inverosimile, abbia qualche possibilità di affermarsi davvero nei programmi scolastici: molto probabilmente no, e tuttavia anche in questo caso si avverte il rischio di un vuoto, di una grave lacuna.
Gli anni dai Cinquanta ai Settanta presto non potranno più essere ignorati perché troppo vicini: tuttavia non è chiaro quale contenuto sarà possibile trovare loro, da un punto di vista poetico. Sono state scritte, in quegli anni, poesie che i ragazzi di oggi e del prossimo futuro possano imparare a memoria - almeno qualche verso - e portarsi dietro per tutta la vita come una piccola riserva di poesia? Qualcosa certamente si può trovare, specie nel segmento più antico, ma si tratterà comunque il più delle volte di versi di autori formatisi in precedenza che hanno proseguito per linee già avviate.
Qualcuno potrebbe avere una risposta pronta: i Sessanta e i Settanta sono stati i decenni dei cantautori, la "nuova poesia" non è dunque quella? Sarebbe, a onor del vero, solo un grosso pasticcio, e una poco salutare confusione d'idee. La canzone non è la poesia. «Parlami d'amore Mariù» e «Maramao perché sei morto» sono motivi deliziosi, ma non avrebbe molto senso dire che quella è stata la vera poesia italiana degli anni Trenta.
Il problema non si pone solo per la scuola. Qualcosa di analogo avviene anche nell'editoria poetica, dove si sono insediati in qualità di consulenti e direttori di collane (in altre parole di filtro con il mondo esterno) i reduci della suddetta asfittica stagione, costituzionalmente poco interessati a riconoscere e promuovere un prodotto diverso dal loro. Questo è particolarmente nefasto oggi che i mezzi in questo settore sono scarsi, la voglia di investire, anche economicamente, poca, e pertanto si è portati per inerzia a puntare solo sul "sicuro", per debole che possa essere. L'importanza della scuola è comunque molto maggiore rispetto a quella di un'editoria specializzata ormai marginale: la scuola è certamente, con tutti i suoi non piccoli difetti, il principale mezzo di diffusione della poesia nella società odierna.
Ad essa non sapremmo additare, di questi tempi, se non un compito ardito: assumere un ruolo attivo, di avanguardia se non proprio di guida, comprendendo le ragioni di una crisi della poesia e cercando di mostrare i tentativi di uscire da essa, se ce ne sono. Compito difficilissimo, che richiederebbe grandi aperture e grandi capacità in chi si trovasse chiamato a svolgerlo a tutti i livelli. Siamo pessimisti in proposito, inutile nasconderlo, ma questo non ci impedisce di sperare e di esprimere i nostri voti.

Jacopo Panerai