CON IL CAPPELLO IN MANO
Cosa si aspettano dalla vita i poeti? Ne vediamo molti tentare di affacciarsi al mondo, da internet
o da altrove: verso quali mete?
Sognano innanzi tutto di essere salutati poeti, si potrebbe dire, ma è ovvio e vago. Dove, da chi?
Bramano di pubblicare un libro, si può aggiungere constatando che questo desiderio risulta assai diffuso,
ma anche questo appare più un mezzo che un fine. Una volta pubblicato, infatti, non sembrano per niente appagati.
Concretamente, dunque, che si attendono? La realtà circostante, dopo la scomparsa degli ultimi "grandi vecchi",
non ha più augusti modelli di poeti viventi da proporre. La rara merce in vetrina è costituita da giacenze di
stagioni di per sé non esaltanti. È facile insomma che si sia tentati di guardare ad altre figure, per esempio a
coloro che poeti non sono ma - almeno a un occhio distratto - si servono come loro delle parole.
Forse i poeti sognano allora di essere intervistati in qualche trasmissione televisiva, a parlare dei propri versi,
della bellezza della poesia? In televisione, è vero, qualche volta si vede uno scrittore, anche se a osservare bene
si tratta sempre di un'inserzione a pagamento del suo editore (guarda caso infatti c'è sempre un libro appena uscito
in bella vista). Dato però che nessun editore sano di mente acquisterebbe spazi per un libro di poesie, se poeti
vengono rarissimamente chiamati in televisione è solo in qualità di bizzarri vecchietti che hanno detto qualche
sciocchezza - senza nessuna attinenza con la poesia - su cui si può stiracchiare una battuta.
Ma i giornali, ad esempio? Non sono più seri? I poeti possono aspettarsi una recensione sul grande quotidiano?
Anche i giornali hanno i loro pallini, si occupano di politica e di finanza, non solo sulle pagine deputate a
questo ma anche quando parlano di libri. Oppure sono a loro volta al servizio degli uffici marketing dei grandi
editori. E che volete, pertanto, che importi loro di poesia? La poesia con la politica e la finanza ha ben poco
a che fare. Con il marketing ancora meno. Al massimo finisce in rubriche che ricordano la vecchia Posta del Cuore:
pare che non pochi siano ad ogni modo in fila per esservi inclusi.
O forse i poeti si aspettano di ricevere ovazioni sulle piazze? In piazza vanno i comizianti (oggi peraltro
preferiscono la televisione), i guitti, i saltimbanchi, i venditori ambulanti. Se non si appartiene a una di
queste categorie meglio evitare, per non essere confusi.
Ma ci sono le venerande istituzioni culturali, le università, le accademie! Magari i poeti immaginano queste
come loro controparte... Si disilludano: si tratta di recinti chiusi dove ci si occupa di reiterare sorpassati
rituali bizantini, primi fra tutti quelli che consentono di passare cattedre e prebende ben remunerate ad amici,
parenti e discendenti, finché le cattedre di giornalismo e storia della moda non sostituiranno quelle di
letteratura e filologia.
Non si capisce ad ogni modo perché i poeti debbano attendere, quasi mendicando, senza speranza, come il
campagnolo di Kafka davanti alla Porta della Legge, la degnazione di altre forme di espressione, di altre
istituzioni che, buon per loro, non sono interessate alla poesia. I poeti possiedono un loro specifico, con
tremila anni di storia nota alle spalle. Possiedono la poesia. Se è un ripiego, bisogna dire che si tratta di
un eccellente ripiego. A meno che nella poesia non si creda poco o per niente.
Carmine Adalfei |