LIBERTÀ DEL POETA
La poesia non si legge e non si vende. La poesia non ha corso nella società di oggi. Si va sempre e immancabilmente
a parare lì, quando si tocca l'argomento. Ci torniamo sopra allora anche noi, nella speranza che le cose ripetute
giovino.
Basta sfogliare, per esempio, la pagina di cultura del «Corriere della Sera» del 20 febbraio
2008, tutta dedicata alla poesia "vivente", e il leitmotiv è servito. «Non è finita la poesia,
è finita la nostra percezione che vi siano ancora grandi poeti.» Se non è altro è originale la ricerca
di scampo nella gnoseologia. «La non riconoscibilità non ha a che fare con l'intrinseca qualità del poeta,
ma con un sistema dei media che oggi ha estromesso la qualità letteraria dal novero delle caratteristiche che fanno
di un autore un personaggio pubblico.» È verissimo, anche se non è detto che un autore debba per forza
essere un personaggio pubblico. «Il motivo per cui i poeti d'oggi non hanno autorità è che per lo più
non scrivono saggistica.» Saremo gli ultimi a negare al poeta che riflette una marcia in più: resta però
il sospetto che anche in passato i poeti-saggisti abbiano goduto di autorità come saggisti in primis perché erano
apprezzati come poeti, e non il contrario.
Comprendiamo e condividiamo che l'indifferenza oggi diffusa verso la poesia sia motivo di sconforto. Chiunque è
contento di avere riscontri per il lavoro che fa, qualunque esso sia. Ciononostante, quest'indifferenza ha anche,
a volerli cogliere, alcuni aspetti positivi. Chi scrive poesie oggi si trova, se arriva a capirlo, in una condizione
di estrema libertà: non ha grandi aspettative da compiacere e da soddisfare, non ha scadenze da rispettare, può
prendersi i tempi e seguire le vie che preferisce. Potrebbe mancargli, questo lo riconosciamo volentieri, lo
stimolo del pubblico, la critica salutare: ma sono cose che con un po' di buona volontà si possono ricreare
anche al di fuori dei canali istituzionali, se si ha la fortuna di incontrare almeno un piccolo gruppo di persone
che condividano sinceramente la propria passione. Lo stato di libertà invece, una volta perduto, è quasi
impossibile da ricostruire. Molta poesia del Novecento è naufragata proprio su questo scoglio, inebriandosi di
battimani che non sempre erano rivolti a quanto di meglio esprimeva, asservendosi a logiche che le erano estranee.
Meglio allora una claque più esigua, più marginale, che però approvi quanto è realmente da approvare e biasimi
quanto merita biasimo.
Egidio Bulfaretti |