FILOLOGIA, NINFA GENTILE...

Ero una matricola universitaria quando mi capitò di ascoltare, durante una lezione, un anziano professore, celebre filologo, prorompere in uno scoppio di collera contro Giovanni Papini, reo di aver sostenuto che poco cambia se si legge Dante in un'edizione critica oppure in una "vecchia" edizione non strigliata debitamente da eruditi ricercatori di antichi codici. L'episodio contestato a lezione risaliva al tempo in cui il principe dei polemisti fiorentini era al culmine della sua carriera e il vecchio professore frequentava le elementari, ma chissà perché era rimasto così radicato nella sua mente. Forse, azzardo, perché confutare quella sentenza di Papini non è così semplice. Ben vengano le edizioni critiche, certo: ma il loro apporto alla lettura dei testi è davvero così determinante?
I filologi tendono a crederlo, ed è comprensibile, dato che da quest'attività ricavano di che vivere. Luciano Canfora per esempio oggi accredita («Corriere della sera», 24 aprile 2006, p. 45) una «storia affascinante della libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica [corsivo nostro] sui testi che l'autorità e la tradizione hanno preservato» (ovvero la Bibbia): «Quando si ricostruisce questa vicenda, si comprende che essa coincide con la storia stessa della filologia, cioè della libertà di pensiero». Il termine «critica» qui è ambiguo, e può trarre in inganno i profani, ma designa, in ambito filologico, la ricostruzione di un testo attraverso il confronto del maggior numero possibile di esemplari antichi che ne sopravvivono. Ecco allora la filologia, «la più eversiva delle discipline (sic)» a garantire «l'indipendenza di pensiero e il diritto alla verità».
La filologia testuale madre e misura di tutte le cose, insomma. Qui appunto mi ritorna in mente il vecchio professore e il suo dispetto contro il toscanaccio Papini irriverente verso il lavoro da formiche dei filologi danteschi. Papini in fondo coglieva quello che l'anziano docente e Canfora non sembrano aver colto: i "testi", perfino i testi sacri, non sono entità astratte il cui fine ultimo è essere sottoposti alle cure preziose dei sacerdoti dell'ecdotica. I "testi" sono innanzi tutto uno stimolo che deve interagire con i lettori, ovvero esseri umani in carne e ossa, dotati di una loro sensibilità, di una loro cultura, di un loro pensiero, di un loro proprio Zeitgeist, in parte formatisi sulla tradizione e in parte nuovi. Una capacità di interagire che soltanto pochi testi possiedono, mentre tutti gli altri sono votati all'oblio e alla scomparsa, fatto che di norma contrista enormemente i filologi. In definitiva, la funzione dei "testi" è sì quella di suscitare "pensiero" e "verità", ma in modo alquanto diverso da quello immaginato da Canfora.
È vero che laddove i "testi" contengano gravi corruttele l'interazione con i lettori può subire un vulnus, e infatti almeno da quando esistono i libri si cerca di impedire questo facendone più copie e sottoponendole a periodiche revisioni. Resta il fatto che i filologi spesso più che alle corruttele macrospiche si applicano alle sottigliezze di lana caprina. L'esempio più chiaro che ho sottomano è un'edizione moderna di Petrarca sconciata da una gragnuola di "et" piazzati da un filologo che premette trattarsi solo di una convenzione grafica, da correggersi mentalmente in "e" pena il tracollo metrico dei versi. Un alto servizio senza dubbio all'indipendenza di pensiero e al diritto alla verità, di cui c'era fra l'altro un gran bisogno essendo disponibile, nel caso specifico, il manoscritto autografo dell'autore.
Per concludere tornando all'apologo di partenza, il testo della Divina Commedia è sostanzialmente cambiato rispetto a quello che si leggeva ad esempio nel Settecento? A essere mutata radicalmente è semmai la sua interpretazione, la nostra posizione verso di esso. Merito non certo dei filologi, ma dei critici - nel senso vero del termine - che se ne sono occupati dopo di allora.

Jacopo Panerai