IL SONNO CHE GENERA MOSTRI

Continuare a pensare la differenza tra poesia e narrativa, ma anche tra poesia e altre forme artistiche che fanno uso della parola, è necessario per non smarrire completamente il senso di cosa è la poesia. Le differenze non risiedono tanto in aspetti tecnici, quali la brevità o la concentrazione (anche una narrazione può essere breve o dispiegare una scrittura concentrata), e nemmeno nella presenza di verso e metro, che possono essere utilizzati anche per produrre cose che non sono strettamente parlando poesia. La poesia è a monte, è un modo di essere prima ancora che una faccenda di stile.
Non è arduo motivare l'asserzione che nelle letterature occidentali le figure di poeti che siano stati anche narratori sono rare, e appartenenti a un passato relativamente lontano. L'ultima in Italia, dopo Manzoni, è stata quella di D'Annunzio, che sia pure in maniera controversa anche nelle sue prose ha senza dubbio rispecchiato un'epoca, e l'ha fatta rispecchiare. Dopo di lui non sono mancati i poeti che hanno tentato la via della narrativa, e i narratori che hanno scritto poesie, ma sempre senza lasciare un segno indelebile in uno dei due campi.
Questo probabilmente, più che con la straordinaria compresenza di due diverse anime artistiche in D'Annunzio o in Manzoni, si spiega con la circostanza che ai loro tempi la narrativa moderna era ancora giovane, e non avendo raggiunto un'elevata velocità in qualche caso era possibile per un poeta un cambio di treno in corsa. Le due modalità principali in ambito di arte della parola seguono dunque percorsi differenti, che è disagevole per uno stesso individuo approfondire nel contempo creativamente. Anche i tentativi di ibridazione si sono sempre tradotti in altrettanti insuccessi.
Ignorare tutto questo non è segno di modernità intellettuale quanto semmai di confusione. Il primo errore che ne consegue è l'opinione distratta che sia avvenuta una metempsicosi della poesia in altri corpi. Ma la storia della poesia è palesemente più lunga di quella di qualsiasi altra forma di letteratura: ritenere che si sia esaurita, o che sia stata riassorbita in altro (il che è in fondo lo stesso), priverebbe del contatto con almeno tremila anni di tradizione, trasformati in un relitto del passato o nel caso più favorevole in un lavoro preparatorio, una ginnastica di riscaldamento (d'altronde, la narrativa non è una novità venuta a superare quanto esisteva in precedenza: se è vero che negli ultimi duecento anni essa ha subito importantissime trasformazioni, è anche vero che sotto varie specie sussisteva fin dall'antichità. E lo stesso si potrebbe dire per esempio della canzone, che non è di conio recente ma da sempre coesiste con la poesia). Inoltre, potrebbe la poesia spegnersi? E davvero sarebbe indolore un suo eventuale esaurimento, o anche solo la sua pressoché totale ignoranza da parte di una società?
Secondo una celebre sentenza di T. S. Eliot, in una nazione che «non seguita a dare grandi autori, e soprattutto grandi poeti, la lingua è destinata a decadere, la cultura a immiserirsi e forse a essere assorbita da qualche altra dotata di maggiore vitalità». Un concetto la cui esattezza non è semplice da verificare sul campo, perché anche in caso di deperimento di una lingua e di una cultura sarebbe arduo determinare i rapporti di causa-effetto tra quest'ultimo e la crisi della poesia corrispondente: ma è d'altro canto indubbio che il silenzio della poesia, o l'indifferenza diffusa verso di essa, non siano privi di conseguenze di cui il momento attuale consente favorevolmente la ricerca e lo studio. Per metterle meglio a fuoco, prendiamo le mosse da un parallelo con un ambito che è certamente ben distinto da quello artistico e poetico, ma possiede alcuni elementi prossimi a esso, e pertanto può essere, con le dovute cautele, un termine di paragone: il sacro.
Il sacro è qualcosa che può essere manifestato e percepito soltanto in determinate condizioni e attraverso certi veicoli. Al di fuori di questi possono esistere dei negatori e dei dissacratori, ma non degli istitutori e dei percettori del sacro. Né si tratta di un orpello superfluo: ci sono cose che l'uomo può esprimere solo attraverso questo particolare linguaggio e non per altre vie. Se si sbarrano completamente le porte al sacro, qualcosa di inespresso rimarrà in circolo, cercandosi una strada finché alla fine trapelerà in maniere improprie e talora ridicole, come rischia sempre di essere il tentativo di sacralizzare cose che sacre non sono. In che modo potremmo altrimenti definire fenomeni come il culto della Dea Ragione dei rivoluzionari francesi, le reliquie di Lenin nell'Unione Sovietica, la tentazione di fare della scienza una (pseudo)metafisica, nonché altre manifestazioni che abbiamo potuto e possiamo osservare?
Qualcosa a grandi linee di analogo è avvenuto anche per la poesia, che fino a qualche secolo fa poteva inglobare in sé funzioni extrapoetiche quali quelle di mezzo di polemica politica o civile, di divulgazione filosofica o culturale e altre ancora, mentre oggi tutto questo si esprime istituzionalmente attraverso mezzi propri: eppure la poesia conserva un ambito esclusivo, ovvero esistono cose non possono essere dette se non poeticamente. Misconoscere questo fatto rappresenta un impoverimento per una società, forse lento a cogliersi ma comunque non ininfluente. Ci sono cose dentro di noi che si è riusciti a dire per millenni e che ora si rischia di non essere più in grado di dire perché si sono persi i contatti con i canali in grado di veicolarle, e tuttavia queste cose da qualche parte premono, trapelando a un certo punto in forme improprie e anche attraverso ipostasi involontariamente caricaturali, quali l'ansia di caricare di un senso che non hanno certe realtà materiali prese brutalmente in sé. Come esempio attuale potrei citare la "culturalizzazione" fanatica del cibo, trasformato in una pseudoarte, museificato, studiato da dotti critici nella convinzione che in quanto tale possa parlarci in profondità di noi: cosa per l'appunto ridicola a guardare bene, anche se si ama la buona tavola. Meglio, dopotutto, evitare questi funambolismi, e riaffidare alla parola poetica il suo ruolo naturale.

Giacomo Fiori