L'ONERE DELLA PROVA
Un grande poeta. Un grandissimo poeta. Il più grande degli ultimi dieci, venti, trent'anni. Il più...
Di affermazioni apodittiche di questo genere se ne leggono e se ne ascoltano tutti i giorni, anche a
proposito di figure la cui reale consistenza non appare affatto acclarata. A volte si cumulano in un
piccolo coro sempre apodittico, forse nella convinzione che uno slogan riecheggiato decine di volte
divenga ipso facto inoppugnabile. Ma in realtà chi propone l'ingresso trionfale in Parnaso di un nome
nuovo dovrebbe sobbarcarsi anche la fatica di provare, per quanto umanamente possibile, di non avere
introdotto un clochard nel salotto buono. La presunzione di poeticità infatti non esiste, e in questi
casi l'onere della prova spetta a chi voglia incoronare un vate ancora privo di diadema.
In altre parole: per essere un grande poeta non basta appartenere all'umanità e avere fatto e scritto
qualcosa. Dunque tanto per cominciare bisognerebbe prendere l'abitudine di accompagnare ogni giudizio
impegnativo con qualche cartella di testo in cui si esaminino come minimo (una rondine non fa primavera)
un paio di poesie del prescelto, dimostrando con ragionevoli argomenti critici che proprio di poesie e
non di altro si tratta. Se non si fosse in grado di compiere questa operazione - ma allora sarebbe bene
astenersi dal mestiere di talent-scout letterario - si dovrebbe addurre se non altro una seria perizia altrui.
In caso contrario chiunque armato di buona volontà tentasse, a torto o a ragione, di smontare questi
apoftegmi mediante ragionamenti più estesi correrebbe il rischio di apparire ai meno attenti un isolato
kamikaze lanciato contro una schiera di avversari, laddove invece la proporzione sarebbe di uno contro
una somma di zeri. Inoltre il meschino cireneo sarebbe tenuto ad armarsi di santa pazienza e ad imporsi
letture ponderose per poter escludere o confermare con sufficiente certezza che in quei paraggi la poesia
abiti, senza avere il beneficio di sapere in partenza cosa abbia deliziato i laudatori. La tentazione di
lasciar perdere e di non levare la voce contro chi grida "al lupo" a questo punto si farebbe forte. Al
contrario, se è il laudatore a dover per primo fornire elementi di giudizio, lo scettico potrà intanto
cominciare da quelli, e arguire motivatamente che siano fallaci. Su questo si potrebbe poi avviare un
confronto sereno e fondato.
Egidio Bulfaretti |