LA MATURAZIONE DELL'IMPULSO A POETARE

A differenza di altre attività umane, la poesia non si basa su protocolli ripetibili e da ripetersi necessariamente perché un risultato voluto si produca: ogni atto creativo poetico, pur seguendo senza dubbio anch'esso un certo numero di regole e di convenzioni, mira più a porre in essere qualcosa prima indisponibile che non ad attualizzare qualcosa già dato in qualche modo. Tanto è vero che produrre poesia è un'azione sommamente incerta e aleatoria, non si può mai ritenere che soddisfatte alcune condizioni la poesia verrà come loro naturale conseguenza. Queste constatazioni, forse scontate, sono però da anteporre a qualunque considerazione circa l'opportunità di un ritorno della poesia stessa alle sue radici o comunque a stadi anteriori più validi degli attuali.
Che anche all'interno della poesia e della sua comprensione sia riscontrabile negli ultimi decenni un pesante inquinamento è un'altra verità scontata - per chi la voglia scorgere - cui si è già avuto modo di accennare. Meno scontato è il modo in cui si possa concretamente reagire a questo fenomeno. "Ritornando alla tradizione" è una buona risposta, ma generica. La poesia come si è detto sopra non si fa applicando protocolli o seguendo rituali, e comunque anche le norme e le regole poetiche, che esistono da sempre, non si presentano in forma univoca. Questo del resto è noto a chiunque si avvicini con curiosità a una qualunque forma di tradizione, che non consiste mai in un modello statico e invariabile, ma piuttosto in una serie di piccole variazioni e di adattamenti intorno a un nucleo centrale, anch'esso peraltro suscettibile di lente trasformazioni. Si pensi alla rima, che fa parte senz'altro della tradizione della poesia italiana, eppure già nel primo Ottocento i capolavori di Foscolo e di Leopardi, che sono a loro volta tradizione poetica, prescindono da essa.
Sarebbe però fuori luogo anche abbracciare, su questi fondamenti, l'anarchia assoluta e l'affrancamento totale da ogni legame con il passato. In realtà ogni fatto nuovo nella poesia italiana, almeno fino al 1960, è avvenuto con cautela all'interno della tradizione, senza che questa venisse messa in discussione. Natura non facit saltus anche in Parnaso, e i lunghi balzi improvvisi causano sempre perdite di equilibrio. Riconnettersi alla tradizione non ha comunque solo implicazioni linguistiche e stilistiche: queste ultime, di cui pure si è già accennato in precedenza, ne sono solo uno degli aspetti più immediati. La tradizione si esplica anche e soprattutto in un atteggiamento generale di fronte alla poesia.
Per esempio, nella gestione dell'impulso a poetare a scadenze ravvicinate, della volontà di poetare si potrebbe dire se non fosse che questa spinta non è interamente volontaria: tale stimolo, evidente nei giovani o comunque nei neofiti, con l'età e l'esperienza dovrebbe tendere a trasformarsi. Molto deve al fatto di non essersi ancora espressi in misura sufficiente, da cui il desiderio di mettere alla prova al massimo grado possibile le proprie forze. La sua mutazione più semplice è l'affievolimento e la scomparsa, se a generarlo era l'infatuazione passeggera o l'ambizione di pubblici riconoscimenti, ma questo non è l'unico esito possibile. Pensiamo ai poeti del passato (la maggioranza dei grandi classici, si potrebbe puntualizzare senza troppi problemi) che hanno trascorso la seconda parte della loro vita a riordinare e completare quanto avevano abbozzato nella prima: alcuni addirittura limitandosi ad amministrare e limare un patrimonio ormai definito e chiuso, altri creando il loro capolavoro, ma attraverso l'esaltazione di una linea fra le molteplici tentate in precedenza.
Il poeta che ad anni di distanza riconsidera e rivede è consapevole di come la poesia sia un evento che si produce raramente e necessita di cura e di tempo per essere posto al meglio in luce. Un decorso che oggi pare avere poco seguito: molti, a qualunque età, sembrano troppo occupati a scrivere opere nuove per riprendere in mano quelle già date alla luce. Una concezione della poesia molto legata al "fare" e alla produttività.
Nella seconda parte della sua vita il poeta dovrebbe invece poter ormai contare con una certa sicurezza sulle proprie parole e sulle proprie tematiche. Sa che non sono date una volta per tutte, che alcune possono essere deposte e altre nuove manifestarsi, ma secondo un ordine di cui, pur essendo improgrammabile e inspiegabile razionalmente, ha avuto più di un saggio. Potremmo paragonarlo a un Mendeleev che di fronte al proprio sistema periodico ancora incompleto sente nondimeno l'esistenza di buchi da riempire e sa che, nella misura in cui il tempo gliene darà le forze, saranno prima o poi riempiti. Non teme neppure, o teme molto meno, di perdere la sua poesia. Avendo già parlato in una proporzione non occasionale, può accettare più facilmente che il silenzio possa diventare per lunghi periodi o anche per sempre la sua nuova via espressiva, preferibile a un parlare a qualunque costo.

Giacomo Fiori