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NOVENTA,
PER CHI SI ACCONTENTA
«...C’è
in lui
una vera riluttanza a mettere per iscritto le cose che pensa, persuaso,
come
egli stesso dice, che “scrivere è
decadere”. La sua
stessa poesia, scarsa e
nota a pochi, è da lui fatta per leggerla agli amici, come
elemento di
conversazione,
tanto che non si cura di raccoglierla e
pubblicarla...»:
così Elio Gioanola nella sua introduzione a Giacomo Noventa
nell’antologia Poesia
italiana del Novecento (Librex,
Milano 1986). Vuole essere certo
un elogio del poeta schivo e appartato, anche se l’inciso
sulla
poesia come
spunto di conversazione mette sul chi va là. Già
Mengaldo
aveva posto in luce
questo aspetto introducendo Noventa nei suoi Poeti
italiani del
Novecento,
notando «…una concezione della poesia
come
discorsività che non teme di essere effimera. Anacronismo
consapevole che
risponde a quello dei valori cui Noventa si richiama:
“onore” e “santità”
per
esempio (da porsi innanzi, si noti, a “arte” e
“gloria”), come nella bellissima
“Dove i me versi”...».
Oh
perbacco, una poesia
bellissima! Vediamola, dunque (è in dialetto veneto, la
lingua
preferita da
Noventa):
Dove i me
versi me
portarìa
Acarezandoli
come
voialtri,
No’
so fradeli.
Tocadi i
limiti del me
valor,
Forse mi
stesso me
inganarìa,
Crederìa
sacra l’arte,
e la gloria,
Più
che l’onor.
O forse
ancora mi
capirìa,
Megio
d’ancùo,
più
dentro in mi,
Quelo che i
versi no’
pol mai dar.
Pur
no’ savendo esser
un santo,
A testa
bassa de fronte
ai santi,
Par la me
ànema mi
pregarìa,
No’
più ascoltandome
nel mio pregar.
Bellissima,
a essere
sinceri, non è. Ma conveniamo che ha un suo valore come
documento, anche se ci
permettiamo di ipotizzare che sia stato frainteso in quanto tale dai
critici
sopra citati. Risulta chiaro in effetti che questa non è una
poesia, ma una confessione
di non essere un poeta: Noventa
dichiara in maniera esplicita che
i suoi versi non riescono a soddisfarlo, che non potranno mai dargli
qualcosa
per lui più importante di cui è alla ricerca, e
di cui
nel finale traccia un
identikit di tipo mistico-religioso.
Ci si
augura di cuore
che abbia trovato attraverso le vie più appropriate
ciò a
cui anelava: e il suo
percorso può essere interessante come resoconto
esistenziale,
come “storia di
un’anima”. Ma perché affibbiare a un
uomo che ha fra
l’altro il merito di
essere stato singolarmente morigerato (non raccogliendo i propri versi,
non
pubblicandoli, non tediando il prossimo a differenza di tanti altri
poeti
mancati) una patente di grande poeta, ottenendo solo, come era
già stato notato
a proposito di Delio Tessa, di renderlo inutilmente ridicolo?
Carmine
Adalfei
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