NEI FORTINI DEL MINIMALISMO

Il suo volume d’esordio aveva il grande pregio di intitolarsi Foglio di via, di rimandare cioè al documento con cui l’autorità dispone l’allontanamento di un soggetto in odore di illeciti. E di illeciti, in effetti, il primo libro di Franco Fortini era infarcito. Qui un pastiche semiseriale di anafore e ripercussioni:

E tu pregali, i sette muratori
Pregali, pregali, i sette maestri   
Muratori che devono murare,  
Perché lascino a te  
Sette spiragli al muro,    
Perché arrivino a te   
La luce e il pane...

Là un po’ di oratoria partigiana con venature di grand guignol, molto in voga in quegli anni:

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati   
Nell’acqua della fonte   
La bava degli impiccati.                  

Sul lastrico del mercato    
Le unghie dei fucilati     
Sull’erba secca del prato     
I denti dei fucilati...

Più avanti una passeggiata sul bagnasciuga dello sperimentalismo protonovecentesco:

Onde e lampi!    
Vento e onde!    
Vento e sassi    
Sassi e radici...

E infine qualche tocco di neorealismo minimalista:

Voglia mi prende d’una buona ragazza     
Docile, che non faccia tante storie,   
Di bianche cosce e di poppe tranquille...

Delicta iuventutis? Ahinoi, no. Questa panoramica di ingenui misfatti compendia l’intero fortiniano, articolato in sei principali raccolte che tra il 1946 e il 1994 ripropongono con singolare pertinacia varie tecniche di molestia letteraria e taccheggio retorico.
Fortini è un re Mida dell’impoetico. Ogni volta che mette mano alla pagina bianca, ecco un’infilata di versi trasformarsi per arcano sortilegio in un saggio d'impoesia. Formidabile dannazione, perché in che cosa consistesse la poesia all’intellettuale Fortini e alla sua non comune sensibilità era discretamente chiaro.
Proprio per questo titolo di esemplarità, la lettura dell’opus (im)poeticum fortiniano è da caldeggiare vivamente a ogni poeta in fase di accordatura.
Come procedere? Naturalmente a caso. Come sempre accade quando si attraversa la tundra degli impoetici, vagando qua e là ci si imbatte invariabilmente nel medesimo panorama. Cronologia, biografismo a piè pagina, contestualizzazioni storiche non servono a nulla. A meno di interventi salvifici da parte di qualche potenza eliconia (cfr. il caso di Saba) non c’è modo di risollevare le sorti di un impoetico.
Prendiamo qualche verso dalla seconda raccolta, profeticamente intitolata Poesia e errore:

Vedi questo pezzo di legno secco
che la mano tocca, non molto pesante,
per bruciarlo in mezzo a quest'aria d'inverno.
Se domandi perché scrivo le parole
e ascolto dove le scrivo gli accordi e i riposi,
e come mai questo piacere e fatica,
guarda questo pezzo di legno, la scheggia
che la mano tocca, il secco della corteccia,
e vedrai che è una facile allegoria.

   (da «Una facile allegoria», in Poesia e errore, 1959)

Questa strofa, che apre uno sgangherato componimento di 58 versi, evidenzia alcune delle patologie più classiche dell'impoesia. Anzitutto la costruzione per smembramento di prosa colloquiale, con ostentata rinuncia al ritmo. Quindi l'allure pedagogica, con l'interlocutore lirico - una specie di tu trascendentale - giocato come un labile pretesto per soloneggiare.  Il linguaggio è fintamente umile e antiretorico, in realtà facile, conformato all'informe, e in questa sua specifica omologazione profondamente retorico. C'è poi l'ammiccamento all'induzione, la riduzione del mystérion, o se si preferisce del semaínein, all'enigmistica da ombrellone (la differenza è quella che corre tra le profezie di Cacciaguida e l'«Indovinello veronese»). In nove versi, insomma, qualsiasi sentore di poesia è stato soffocato senza rimedio: se anche il seguito fosse di 490 anziché di 49 versi, raddrizzare la situazione sarebbe impossibile.
Sulla breve distanza le cose non vanno meglio:

Non imiterò che me stesso, Pasolini.
Più morta di un inno sacro
la sublime lingua borghese è la mia lingua.
Non conoscerò che me stesso
ma tutti in me stesso. La mia prigione
vede più della tua libertà.

   («Diario linguistico», in L'ospite ingrato, 1966)

Questo "pizzino" di sapore epigrammatico indirizzato a Pier Paolo Pasolini certifica, sì, una poetica ortodossa, ma anche l'infelice incapacità di darle attuazione. Per quanto paradossale possa apparire, la vediamo attuata, sia pure a sprazzi, proprio in certe prove pasoliniane. Qui invece si fa dell'aforistica da industria dolciaria, in uno sforzo che nella sua maladestrezza ha del commovente («Non conoscerò che me stesso / ma tutti in me stesso»). Di exploits analoghi, nobili nell'intenzione ma menomati nell'incarnazione L'Ospite ingrato (altro titolo inconsapevolmente autorivelativo) ne contiene diversi. Meritano simpatia, se non altro perché nel cuore degli anni Sessanta, in piena offensiva antipoetica, bisognava avere una certa determinazione per sostenere ragioni così impopolari.
Fortini d'altronde poteva permettersi senza troppe remore simili posizioni in virtù di una lunga militanza politica sul fronte che in quei tempi dispensava o negava diritto di parola nel dibattito culturale agli esponenti dell'intellighenzia.
Né le benemerenze fortiniane agli occhi di quella compagine si esaurirono negli anni Sessanta:

Al compagno Wang Tong-kieu    
segretario dell’ex Comitato di Partito    
gli operai di un colorificio di Pechino    
hanno detto:   
«Un tempo noi vi si odiava. Ma quello    
che noi si odiava in voi     
erano i vostri errori».

 
  (da «Le difficoltà del colorificio», in Questo Muro, 1973)

Ancora politica, sia pur presa a pretesto per avviare qualche considerazione filantropica. Prosegue infatti il tentativo
:

Possiamo da queste parole    
capire cos’è che distingue    
gli avversari dai nemici? 

Chissà, forse possiamo capire anche questo. Quel che possiamo capire con certezza è comunque che con la poesia questi versi, ancora una volta, non hanno nulla a che fare. C'è tutt'al più un vago effetto di spaesamento determinato dall’artificio dello spacciar cronaca per lirica, con il rincalzo di qualche pia riflessione. Escamotage, quest'ultimo, abusato all'inverosimile anche ai nostri giorni, e in questo senso si può forse vedere in Fortini uno dei padri della gigantesca marea minimalista che ha sommerso l'universo poetico italiano (e non solo) negli ultimi trent'anni e che si trova oggi allo zenit della propria volgarizzazione. Così, per esempio, in quest'altro "pizzino", stavolta per Vittorio Sereni:

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l'altro.
Uno giustifica l'altro.
Ma chi sarà a condannare
o a giustificare
noi due?

Evidentemente Fortini sa contare fino a due, ma non è questo il punto. Il punto è invece la riaffermazione, questa volta abbastanza esplicita e deliberata, di una forma di minimalismo esistentivo fondata sul pensierino da camera, sulla meditazione da salottino facile, uno dei più virulenti focolai di infezione impoetica. Si arriva, per questa via, a un paradigma che offre, nei momenti più felici, una lontana parvenza di poesia, tra l'anelito e l'eco, in un quadro costante di rassegnata desolazione. Vediamolo all'opera, per congedarci con un atto di umana simpatia per l'autore, in una delle migliori suppurazioni fortiniane:

Rammento quell'ultimo giorno
al cimitero di Torino, ecco tutto.
Per una informazione
attraverso la strada.
E se mi pare cada
verso Ivrea
l'oscurità di un temporale estivo
giù per Corso Giulio Cesare
e sull'acceleratore.
Non penso più a chi eri
né a chi sono.
Coi lampi nel tergicristallo
corro tra i campi d'erba medica
e la burrasca insensata -
la morte a lato verso oriente
l'occhio alla riga gialla.

   (
«Come si ritorna», in Questo muro).

Suona sincero e manda persino in vibrazione qualche corda non troppo superficiale. Ma oltre questa barriere non c'
è modo di andare, non c'è modo di scavalcare "questo muro" e inoltrarsi nel terreno della poesia. Ci troviamo al limite della portata raggiungibile con le premesse della Kehre minimalista propiziata, tra gli altri, da Fortini, siamo cioè nella regione di una serialità diaristica di rapido confezionamento e di prontissima beva, manifattura letteraria a basso costo. Non è sorprendente che l'ultima trincea della parapoesia contemporanea si sia attestata su questa posizione.

Giorgio Dalla Torre