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Gentile redazione di Phemios,
Da appassionato di poesia quale sono, navigando in un totale giorno di noia
mi è capitato di imbattermi nei meandri del vostro sito; ho subito
ravvisato un'essenzialità grafica che mi ha fatto pensare di trovarmi al
cospetto di una realizzazione seria. Ho letto pertanto quello che vi era da
leggere, e non senza svariate remore mi sono convinto a scrivervi spinto
dalla bonta che caratterizzava le vostre rubriche. Vi sto scrivendo una
lettera che forse sconfina in una richiesta che non dovrei permettermi,
perdonatemi se approfitto della vostra bontà. Sono un giovane residente
nella provincia di Treviso, e mi considero tuttora alla stregua di un
"mestierante" di versi, reazionario per giunta, data la forma
marcatamente classica che caratterizza i miei scritti. Non vorrei
appartenere a quel novero di pseudopoeti che, in mancanza di qualcosa da
dire, trova una magra consolazione (e un astuto modo di mentire a se
stessi) nella ricerca di una forma "dotta". Il fatto è che i miei
versi non sono mai stati vagliati da una persona veramente qualificata, non
dandomi quindi l'opportunità di sapere se quello che scrivo è da
considerarsi poetico o meno. Non ho individuato ancora la molla che mi
spinge a scrivere, o forse sono troppo vigliacco per ammettere che si
tratta di un mero desiderio di emulazione. Come vedete non brillo per la
chiarezza di idee. Sono propenso a considerare la poesia come l'espressione
di sentimenti, e di questo sono certo. Non so però se riesco nel mio
intento. Non sapendo se il vostro sarà un severo monito od un
incoraggiamento, timidamente mi accingo a lasciarvi una breve cernita del
lavoro che ho compiuto in questi anni, nei versi che seguono [...]
(Mauro Ferraro | 15.12.2002)
La Sua richiesta non ha nulla di riprovevole. Come ben avrà potuto
constatare, Phemios non nasce come laboratorio di analisi di testi poetici,
né ci sorride l'idea di fomentare l'equivoco che qualche precetto di editing
prosodico o linguistico abbia minimamente a che fare con la poesia. Il
primo a dover valutare la Sua "produzione poetica" è naturalmente
Lei, magari stoccando le Sue opere nel cassetto per un congruo periodo e
tornando a rileggerle con debito distacco, dopo un confronto continuato con
i classici e con la vita. I poeti non hanno un ciclo attivo breve assegnato
dalle stelle come invece gli sportivi, le modelle, i giocatori di scacchi o
i matematici. Non c'è affatto bisogno di bruciare le tappe, la poesia va
assecondata anche nei tempi.
Venendo alle Sue opere, senza entrare troppo nei dettagli in conformità a
quanto abbiamo appena detto, non sembrano sicuramente un caso conclamato di
pseudopoesia come se ne vedono troppi in giro, anche avallati da sedicenti
"esperti" (ragione in più per essere molto cauti con tutta la
categoria). Ha ben individuato alcune delle fonti profonde del poetare, e
la semplicità, purché; non sia sinonimo di sciattezza o faciloneria, è
sempre una buona guida. Ma sciuparla o perderla è purtroppo una delle
evenienze più ricorrenti.
La ringraziamo per le lusinghiere espressioni che ci ha rivolto. Saluti e auguri.
(La redazione di Phemios)
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Proprio voi che siete una rivista letteraria on line
che si interroga su parecchie questioni, perché non affrontate il problema
se in Internet non si possa creare una nuova forma alternativa di
letteratura, diversa - completamente separata da quella cartacea, con
modalità, regole, opportunità di diffusione tutte sue proprie? Non,
insomma, la "vecchia" letteratura trasportata senza fantasia
nella rete, ma qualcosa che sfrutti davvero le possibilità di questo
mezzo...
(Guido Perciacchi | 11.5.2002)
Riguardo Internet e i suoi orizzonti tutto può darsi, ma non crediamo sia
possibile decidere a tavolino una qualsiasi nuova forma di letteratura:
sono cose che nascono se le condizioni sono propizie, non se qualcuno si è
riunito da qualche parte e ha messo ai voti una risoluzione. Siamo
naturalmente pronti a salutare la novità, laddove essa si presenti. Certamente
però la rosa di Internet presenta, per gli scrittori in genere, anche
diverse spine. Una di queste è per esempio l'impermanenza: quanto può
realisticamente durare nel tempo una pagina web? Lo scrittore che aspirasse
a una vita più lunga per il proprio lavoro dovrebbe poi ricorrere a metodi
più duraturi, e tradizionali, di trasmissione. In secundis, la concisione:
nessuno reggerebbe un romanzo in Internet, ma incontrerebbe fortissime
difficoltà anche un racconto superiore a qualche pagina o una raccolta
poetica con più di una decina di liriche. Si può teorizzare che la nuova
letteratura in rete debba avere respiro epigrammatico, ma questo vorrebbe
comunque dire precluderle in partenza molte strade, anche di dialettica
interna. In tertiis, l'impatto psicologico: non è affatto indifferente che
una poesia sia scritta in un libro, in un giornale, in un foglio
manoscritto, su un muro o sullo schermo di un computer. Il nostro modo di
coglierla, la sua stessa "autorevolezza" cambia sensibilmente a
seconda dei casi: siamo sicuri che l'ultimo riportato sia il più efficace? Tralasciamo
altri interrogativi, come quello sulla selezione, la cui totale assenza
qualcuno anzi sembra indicare come uno dei grandi vantaggi di Internet (e
lo è, forse, in una prospettiva neodadaista). Insomma, ci pare che per il
momento il problema sia del tutto sub iudice. Chi vivrà, vedrà.
(La redazione)
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Vi sottopongo una questione che dovrebbe interessare
chi si occupa di poesia: come si può far apprezzare - e quindi non solo
"studiare" - quest'ultima nelle scuole, o anche in ambiti non
strettamente scolastici? I programmi e i curricoli del ministero, tanto
generosi di considerazioni tecniche, su questo aspetto tutt'altro che
irrilevante non si dilungano. Né in genere la formazione universitaria,
anch'essa negli ultimi decenni accesamente tecnicista, aiuta molto. In base
alla mia esperienza ormai decennale di insegnante di scuola superiore,
orrei comunicarvi l'idea che mi sono fatta empiricamente sull'argomento.
Nell'affrontare una poesia si deve badare innanzi tutto, e questo è ovvio,
alla spiegazione linguistica, la vecchia parafrasi di un tempo, dato che
comunque in assenza di una comprensione verbale non si potrà mai avere una
comprensione poetica. Né si può prescindere da un minimo di conoscenza
storico-erudita, che riguardi in particolare ciò che per un contemporaneo
del poeta era implicito e che oggi non è più tale. Non mi sembra invece il
caso di arrovellarsi troppo su quello che il poeta abbia voluto lasciare
oscuro per un suo preciso disegno poetico. Esempi concreti: quando Dante
parla delle fazioni fiorentine dà per scontato che qualsiasi lettore, anche
se non di Firenze, abbia abbastanza chiaro di cosa si tratti. Oggi invece
qualche spiegazione su chi fossero i guelfi e i ghibellini non è certamente
inutile per chi non possieda alcuna nozione sul suo poema e sul suo tempo. Altra
cosa è invece dibattere sull'identità di colui "che fece per viltate
il gran rifiuto": Dante non ha voluto dire chi fosse, e questo era
funzionale a quanto intendeva esprimere. Cercare di divinare il suo
pensiero è vano e perfino dannoso per una lettura poetica.
Per quanto riguarda invece la spiegazione tecnica, è giusto sapere cosa
siano un endecasillabo, una terzina, un sonetto eccetera, schemi presenti ab origine nella mente dei poeti. Lo stesso
discorso vale per lo stile, per esempio la scelta di un linguaggio alto o
umile eccetera. Meno utili mi paiono invece le complesse analisi fonetiche
e strutturali dei versi di moda nel recente passato. Non si vuole
naturalmente negare che la poesia sia fatta anche di trame e giochi di
suoni, ma non si capisce quali vantaggi possa portare a una lettura poetica
una loro dissezione pedante: leggendo una poesia noi dobbiamo percepire un
insieme armonico, non le sue particelle subatomiche. Un ausilio a quanto mi
risulta poco utilizzato per una comprensione fonetica della poesia potrebbe
essere piuttosto una "recitazione" adeguatamente eseguita,
tenendo però sempre presente che la poesia moderna nasce per una lettura
mentale. Attenzione inoltre in questo caso a non diffondere pessime
abitudini: basti ricordare la cosiddetta "lettura metrica" dei
versi latini ancora molto diffusa nelle scuole superiori italiane, che
altro non è se non una storpiatura caricaturale della lingua di Virgilio e
di Orazio.
Lascio per ultima la cosa più importante, cioè quello che una volta si
chiamava "commento estetico" di una poesia. Più importante, ma
anche più trascurata (per esperienza diretta, molti miei colleghi non sanno
neanche che cosa significhi questa espressione! E non è colpa loro: nessuno
gliene ha mai accennato). Senza di esso si fa forse dell'analisi
documentale e della storia spicciola, ma non si entra nel vivo della
questione, che è poi leggere la poesia in quanto poesia, magari imparando a
distinguerla da ciò che cerca di farle malamente il verso. Anche questo
tipo di commento però a mio avviso, oltre che realmente sentito, "vissuto"
e non meccanicamente ripetuto da chi lo esplica, deve essere molto
misurato. Una delle cause che hanno certamente contribuito a metterlo in
ombra è l'uso scriteriato e verboso che se ne è fatto. Soprattutto, non
dovrebbe cascare dal cielo come autorità oracolare ("il tale ha detto,
il tale ha scritto..."), trasmettendo l'idea che accostarsi a un testo
letterario o poetico significhi imparare a memoria giudizi altrui invece
che sforzarsi di formularne dei propri, magari con l'aiuto di un docente e
con la lettura, a parte e a posteriori, di qualche pagina di buona critica.
(Anna Maria Saporiti | 15.11.2001)
Chiedo scusa se per ragioni di spazio abbiamo dovuto accorciare e
rabberciare in qualche punto il Suo interessante scritto. Le Sue sono tesi
che condividiamo sostanzialmente per intero. Mi chiedo fra l'altro se
l'allontanamento da questi "sani princìpi" non sia stato uno dei
tanti corollari di una temperie storica avversa alla poesia.
(j.p.)
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Perché non si torna a scrivere poesie in metrica
tradizionale? Dopotutto, si tratta di regole seguendo le quali i nostri più
grandi poeti hanno composto fino a pochi decenni fa i più grandi capolavori
della nostra e di altre letterature. Il tempo degli esperimenti e delle
rotture ad ogni costo non è ormai tramontato?
(luigi70 | 27.4.2001)
Le cose non sono così semplici: cerchiamo di esaminare brevemente la
questione. Le forme metriche chiuse sono state a lungo un fatto indiscusso,
naturale come respirare […]
[IL SEGUITO DI QUESTO CONTRIBUTO È DISPONIBILE IN “IL DESTINO DELLA POESIA”]
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