BILANCIO POETICO 2001

Per gli annali della poesia italiana illustre, quella che merita un trafiletto o una recensione sulla stampa specializzata e non (a proposito: è una tendenza ormai invalsa che i poeti si recensiscano fra loro, con scarsissimo apporto di manovalanza esterna. Sintomo di irrimediabile autofagia?), il 2001 non sarà ricordato in maniera diversa dal 2000 o, si presume, dal 2002. Ma non è di eccezioni che andiamo in cerca, quanto appunto di una media, di una tendenza che l'anno in fase di esaurimento ci può senza dubbio offrire.
Puntuali come orologi svizzeri sono arrivate anche nel 2001 le novità di alcuni arzilli ottantenni o ultraottantenni, che a qualcuno fanno gridare al miracolo, quasi fosse portentoso che una persona di quell'età - nonostante i progressi della scienza medica siano ormai alla portata di tutti - possa ancora tenere in mano la penna e, con decenni di amicizie e frequentazioni editoriali alle spalle, pubblicare un libro. Il miracolo sarebbe piuttosto che quel libro non fosse la stanca a ripetizione di cose già viste da venti o trent'anni: ma purtroppo a questo riguardo i santi protettori non si sono mai scomodati.
Sulla scena intanto si agitano sempre più - ma questo non avviene solo nel campo delle lettere - altri personaggi molto più giovani, che hanno mosso i primi passi nel decennio in cui l'imperativo categorico era attaccare e distruggere tutto, segnatamente, nel loro caso, la poesia. Oggi però fortunatamente le loro ambizioni hanno mutato bersaglio, li attira di più la notorietà e il potere. Alcuni di loro a cinquant'anni, smessi i panni dell'incendiario, già posano da classici: ma non è che nel frattempo la loro capacità di scrivere versi sia migliorata.
In mezzo a queste due ondate generazionali ne galleggia una terza un po' sbandata, arrivata sempre troppo in ritardo o in anticipo per tutto: troppo giovane per partecipare anche solo simbolicamente all'ermetismo (di recente abbiamo tuttavia assistito al tentativo di un suo esponente di accreditarsi come avido lettore degli ermetici a dodici anni: neanche Mozart arrivava a tanto), troppo giovane per l'ubriacatura neorealista (essere realisti a vent'anni è ancora più arduo che essere ermetici a dodici), già troppo vecchia per il sessantottismo più sfrenato, che ha dovuto inseguire da gregaria servizievole. Oggi cerca la salvezza nelle forme, la rima, il ritmo, l'endecasillabo, il sonetto, la lauda, presto probabilmente il poema cavalleresco: qualcosa che dall'esterno dia un minimo di senso a quanto i suoi appartenenti vanno facendo, dato che all'interno non ne ha mai avuto.
Cosa manca insomma, più evidentemente, alla poesia italiana contemporanea in doppiopetto? Insieme ad altre cose, possiamo constatare l'assenza di un ingrediente importante del fatto poetico: l'umanità. Tutto si risolve in un gioco astratto (e ormai, dopo quarant'anni, assolutamente trito e soporifero) di parole, che interessa, si fa per dire, soltanto agli addetti ai lavori. Prova ne sia e contrario, per esempio, il discreto successo che continua a riscuotere un onesto artigiano come Quasimodo, di cui quest'anno è caduto - e non nell'indifferenza generale - il centenario della morte. Il poeta di Modica viene ricordato non solo e anzi non tanto dalla critica ufficiale, quanto dai lettori, che a più di trent'anni dalla sua morte non hanno mai cessato di leggere e cercare i suoi libri, sempre puntualmente ristampati e presenti nelle librerie. A quanti dei vati del 2001 toccherà una simile sorte?
Restano da esaminare i più giovani, cioè chi ha meno di cinquant'anni, ma in effetti se ne sa poco. Resta il fatto che, scorrendo la rete telematica o leggendo le cronache di certi premiucci di provincia, si rimane confermati nell'ipotesi che i poeti in erba non siano una razza estinta. Ecco forse il vero miracolo di questi anni: che qualcuno continui a interessarsi alla poesia, dopo che da cinquant'anni si è messo in atto ogni sforzo per dipingerla come un giochino da asilo infantile.

Carmine Adalfei