TUTTO (O QUASI) È POESIA, MA I CONTI NON TORNANO

Alcuni equivoci, si è già avuto modo di notarlo su queste pagine, sono in agguato quando si parla di poesia. Equivoci che fanno capolino anche nella ricca monografia, costituita da svariati saggi di autori diversi, dedicati appunto alla produzione poetica, che correda quest'anno Tirature '02, annuale osservatorio sull'editoria italiana.
Apriamo il primo di questi saggi, Il prestigio della poesia difficile, e a pagina undici troviamo espresso, beninteso senza intenti ironici, il concetto di «poesia [...] che muove dalla preliminare negazione della propria poeticità». E subito dopo: «Solo che chi afferma di non potersi dire poeta, chi finge che le proprie parole siano parole di poco conto, magari persino "spazzatura/ delle altre poesie", se lo fa ancora scrivendo versi, riafferma comunque la forza di verità della poesia, l'autenticità della propria anti-poesia, che esiste proprio perché più "poesia" della Poesia troppo acriticamente compiaciuta di essere tale».
Tesi non originalissime, sostanzialmente un neodadaismo mitigato, ma rispettabili. Tuttavia, se esiste e ha piena dignità una poesia "impoetica", o "anti-poetica", si può negare la qualifica di apprezzabile poeta a chiunque componga versi con ritagli di giornale agitati nel cappello? Perché allora stupirsi, nel saggio Un'editoria poco normale, se i curatori di un'antologia della poesia italiana contemporanea hanno dichiarato che la loro scelta, per l'ultimo periodo, era limitata a chi avesse pubblicato «almeno una raccolta presso un editore a diffusione nazionale» (p. 61)? Nel momento in cui l'impoetico è stato promosso sul campo poesia, quali altri criteri selettivi si potranno utilizzare se non appunto l'essere stati compagni di scuola o amanti, lo scrivere sulle stesse riviste, l'avere avuto accesso a un editore con le stellette?
Certo, i due saggi di cui sopra sono opera di autori diversi che giustamente possono avere idee differenti. Ma sarebbe stato alquanto interessante metterle a confronto, non solo in questo ma anche in altri casi. Prendiamo ad esempio un'altra tesi rispettabile, quella che molta poesia d'oggi alligni nella canzone "d'autore", perfino nella canzonetta e nel rap (Una poesia orale postmoderna), tanto che «una parte non trascurabile degli insegnanti [...] oggi non riesce a capire perché nelle medie inferiori o nel biennio delle superiori, insegnando poesia, nei programmi non si debba far posto ai testi di Guccini, De André, De Gregori, Fossati, a fianco e magari in sostituzione dei poeti unicamente cartacei» (p. 28). Come giustificare però a questo punto (Le riviste: il paradosso di chi scrive senza leggere) certe sortite opposte in difesa di una visione tradizionale, piuttosto aristocratica della poesia stessa? Leggiamo a pagina 55: «Si tratta di un pubblico misto di lettori non abituali di poesia e di aspiranti poeti che si autocomprano e si autoleggono e non acquistano (né, presumibilmente, leggono, al di là delle antologizzazioni scolastiche) i libri di poesia. Una forma di autoctonia culturale, insomma, che non ha giudiziose ricadute sui circuiti ufficiali dell'editoria». Curioso, fra l'altro, che nella tendenza a etichettare generosamente come poesia i fenomeni più disparati, sperimentalismo, testi di musica leggera, testi dialettali (cui in Tirature '02 è riservato un altro intervento), a essere liquidati con un po' di compatimento professorale siano proprio i poveri poeti naïf che coltivano un «ungarettismo d'accatto, pretesto insensato e acritico per un andare a capo capriccioso e, pretenziosamente, evocativo» (p. 60). A quando, dopo quella dei rapper, la loro ora?
A proposito di scuola, non manca uno scritto (L'ospitalità della scuola, appunto) che affronta la questione della sorte della poesia contemporanea tra i banchi, concludendo: «Perché fermarsi a Montale?» (p. 71). Non è stata, altra stranezza, nemmeno presa in considerazione la domanda se dopo Montale ci sia qualcosa (oltre naturalmente a Guccini, De Andrè eccetera, qui però non menzionati) che valga la pena di approfondire, a scapito, questo è chiaro, di quanto viene prima di Montale.

Tirature '02, a cura di Vittorio Spinazzola
Il Saggiatore, Milano 2002, pp. 287. Euro 18,50.

Jacopo Panerai