LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE

Chi scrive si sente in dovere di precisare in limine a queste brevi note che nei confronti del personaggio di cui sta per trattare, inteso nei suoi aspetti metaletterari per i quali è universalmente noto, non ha mai nutrito alcuna simpatia umana. Lo considera, come del resto ormai concordemente stabilito dalla storiografia, uno spietato autocrate che direttamente o indirettamente ha sterminato milioni di persone sulla scorta di un'ideologia che ha fatto ovunque fallimento. Per questioni anagrafiche non ha d'altronde neppure vissuto "in età di ragione" negli anni in cui il suddetto personaggio era tenuto in somma considerazione da parte di numerosi intellettuali, giovani e meno giovani, dell'Occidente. Verso la produzione letteraria di Mao Tse-tung ha avuto, in definitiva, un atteggiamento di partenza prevenuto semmai in senso negativo, in base a quanto oggi si conosce intorno alla sua figura.
Che Mao nel corso della sua lunga vita avesse scritto alcuni versi è un fatto abbastanza notorio: delle sue poesie sono apparse numerose edizioni in lingua italiana a partire dagli anni Cinquanta, l'ultima delle quali, di cui ci siamo serviti (a cura della sinologa Renata Pisu), è stata pubblicata da Mondadori nel non lontano 1998. In tempi di crollo e rimozione dei miti ideologici potrebbe essere d'altronde naturale concludere che questa gloria letteraria fosse soltanto un pallido riflesso di una ben più motivata fama politica, e che le poesie di Mao Tse-tung siano pertanto da considerarsi una sorta di curioso reperto archeologico di un'era fortunatamente chiusa per sempre. La stessa idea di un uomo politico "di successo" che scriva poesie per noi occidentali è abbastanza bizzarra (molto meno, peraltro, per la millenaria cultura cinese), e destinata a scontrarsi con il pregiudizio corrente che la poesia espleti grosso modo le veci di un'onanistica valvola di sfogo per gli inetti alla vita quotidiana. Con tutto ciò, ci sentiamo di affermare che Mao Tse-tung, a dispetto di ciò che sarebbe lecito attendersi dalle apparenze, è stato senza dubbio un ottimo poeta.
In che cosa consiste allora, innanzi tutto, la produzione in versi di Mao? Sostanzialmente in pochi componimenti, trentasei in tutto, quasi tutti di breve lunghezza, datati fra gli anni Venti e i Sessanta. Un'opera da "dilettante di talento", appartenente a quella specie ormai estremamente rara, almeno in Occidente, di persone che, pur essendosi occupate col massimo impegno - e in genere con eccellenti risultati - di tutt'altro nella vita, hanno lasciato qualche poesia meritevole di essere ricordata (da noi vengono in mente per esempio san Francesco di Assisi, Lorenzo il Magnifico, Michelangelo...).
Scritti in cinese classico - il cui studio Mao peraltro limitò fortemente nella Cina comunista -, i componimenti si rifanno nel tono e nello stile alle poesie dell'epoca d'oro della dinastia T'ang, ma non certamente in senso classicistico o accademico, dato che gli elementi tradizionali sono originalmente rivissuti, anche ad esempio con un forte senso di partecipazione alla storia presente che costituisce in buona parte una novità rispetto alla poesia antica. Come in questi versi, datati al febbraio 1930:

SULLA VIA DI HUANGCH'ANG

L'universo intero è candore,
l'esercito avanza nella neve, non più il verde dei cipressi.
Ci sovrastano picchi elevati
varcando il passo ondeggiano le rosse bandiere nel vento.

Dove siamo diretti?
Al fiume Kan confuso nella tormenta di neve.
Ieri giunse l'ordine
centomila operai e contadini scendono su Chian.

Solenne? Celebrativo? Manca senz'altro la retorica roboante cui i bardi del "realismo socialista" et similia hanno fatto fin troppo ricorso. Con qualche piccolo aggiustamento potrebbe addirittura diventare la descrizione di un'escursione invernale: se non che perderebbe in grandezza, in sia pure controllata e contenuta epicità. Ma leggiamo un'altra breve poesia degli anni Trenta:

TERZA POESIA DI SEDICI CARATTERI
Montagne!
Trafiggono il cielo turchino come lance non smussate.
Il cielo cadrebbe
se non ne sostenessero la volta.

Stringatezza evocativa orientale, immagini grandiose e cariche di stupore nella loro estrema semplicità. Un effetto non facile da ottenere senza cadere nel secentismo o, al contrario, nella banalità sentenziosa. Ma ancora:

AL PROFESSOR LIU YA-TZU
Lunga la notte e l'alba purpurea finalmente erompe
per cento e cento anni frenetici danzarono demoni e mostri
cinquecento milioni di uomini fra loro divisi.

Ma il gallo ha cantato e ovunque è luce sotto il cielo
musiche risuonano nel Khotan e in diecimila altri luoghi
mai i poeti furono tanto ispirati.

Chiara la matrice "politica" contingente della poesia, che risale al 1950, all'epoca della ventata di entusiasmo seguita alla proclamazione della repubblica popolare in Cina: ma dopotutto, quella accennata in maniera relativamente vaga non è una situazione che potrebbe benissimo trovare riscontro nel vissuto di ogni nazione e anche di ogni singolo lettore? E non è proprio l'universalità una delle caratteristiche più eminenti della poesia autentica?
Capita in effetti anche che in Mao l'eloquenza politicheggiante prenda il sopravvento, come in questo tardo testo (Risposta al compagno Kuo Mo-jo):

[...]
Quante cose da affrontare
sempre con urgenza.
Ruota il mondo
il tempo incalza.
Diecimila anni sono troppo lunghi
impegniamoci nell'arco del giorno.
Tempestosi i quattro mari, nubi e acque infuriate
una bufera di vento squassa i cinque continenti.
Dobbiamo spazzare via tutti gli insetti nocivi
così non avremo più nemici.

Sinistri indubbiamente gli ultimi due versi, che lasciano intravedere un Mao uomo d'azione ben diverso dal poeta, il quale ha invece in alcuni casi addirittura accenti di panismo benevolo (ad esempio in K'unlun). Si tratta però di un caso praticamente unico; altrove, anche dove l'intonazione è chiaramente politica, il poeta riesce a predominare, aprendo come già si è notato scenari che hanno sapore di universalità nonostante la totale e innamorata immedesimazione nella vastità del paesaggio cinese:

LA LUNGA MARCIA
L'Armata Rossa non teme le difficoltà della Lunga Marcia
diecimila fiumi e mille montagne, una cosa da nulla.
I Cinque Picchi si snodano come onde leggere
i monti Wu Meng rotolano come palle d'argilla.

Calde le scogliere avvolte dalle nubi e bagnate dal fiume Sabbie d'Oro
fredde le catene di ferro del ponte sul fiume Tatu.
Ancora più ci rallegrano le mille li nevose dei monti Min
le Tre Armate li hanno superati e ogni volto si schiude al sorriso.

Non possiamo in definitiva che invitare alla lettura e alla riscoperta di questo ristretto, ma valido corpus poetico, traendo dalla vicenda anche qualche spunto di riflessione: crollato il mito politico di Mao Tse-tung, della sua misteriosa Cina paradiso-in-terra, di lui cosa rimane, a parte un paragrafo critico sui libri di storia? Friedrich Hölderlin scrisse a conclusione di una delle sue più celebri poesie: «Was aber bleibet, stiften die Dichter». Concetto che espresse a suo modo anche il nostro Carducci: «Muor Giove, e l'inno del poeta resta».

Mao Tse-tung, 36 fiori di carta
Mondadori, Milano 1998, 80 pp. Lire 4.900.

Jacopo Panerai