BEATO IL POETA CHE RETTO PROCEDE
L'idea da cui prende le mosse questa antologia poetica è il classico uovo di Colombo: commissionare a un gruppo di poeti
una miscellanea di salmi moderni nella convinzione che «l'unico modo di mantenere vivo un testo [...] è di non accettarne
il degrado a monumento». La sfida ha forse qualche antecedente settecentesco, ma ormai dimenticato e presumibilmente nato
con altro spirito, ed è dunque, in sostanza, inedita. Come l'hanno affrontata i 41 autori che hanno accettato di diventare
salmisti per un giorno? In qualche caso è legittimo il sospetto che siano state riciclate composizioni prodotte in tutt'altro
contesto, apponendo o meno un titolo atto alla bisogna, ma più spesso emergono chiari riferimenti alla preghiera, a Dio o alla
Bibbia, indizio di rispetto delle consegne. Rarissimi peraltro i tentativi di riprendere in qualche modo lo stile e il
linguaggio dei salmi biblici.
Sostituendo il titolo della raccolta, la presentazione e appunto i titoli di alcuni testi, sarebbe stato in effetti alquanto
difficile rendersi conto di essere di fronte a dei salmi, per quanto moderni e rivisitati. L'etichetta più esatta poteva
essere allora quella di "poesie di argomento religioso", nel senso più ampio del termine. Non per questo comunque la raccolta
perde di interesse. Il connubio tra poesia e religione può essere indubbiamente proficuo: anzi, i maggiori capolavori artistici
dell'umanità sono quasi tutti scaturiti da un simile intreccio, è innegabile. Possiamo ipotizzare che i curatori dell'antologia
abbiano quindi voluto mettere i poeti prescelti a contatto del "sacro", in una forma che lasciasse buoni margini di azione, per
vedere che cosa potesse uscirne. Iniziativa lodevole, benché nasconda, da un punto di vista poetico, un'insidia. Religione e poesia,
poesia e preghiera non sono infatti codici interscambiabili. La poesia resta tale se si conserva autonoma, utilizzando poeticamente
elementi religiosi ed evitando tuttavia di trasformarsi in atto di fede o in riflessione teologica. È un po' la differenza che
intercorre tra parlare di un albero e discettare di botanica. Se si intende restare poeti, varcare il confine è pericoloso.
Lo superano certamente, in questa antologia, Mauro Baroncini e Antonio Catalfamo, meditando con esiti opposti sugli antichi temi
del "silenzio di Dio" e della sofferenza dell'incolpevole, Baroncini in chiave cristiana, Catalfamo deducendone l'inesistenza di
Dio (che è poi fare della teologia, sia pure negativa). Ottimi esempi di come, partendo dall'idea di scrivere una poesia, si possa
andare a parare in altri campi, pur rispettabilissimi, come l'omiletica religiosa o laica. Compagni di viaggio di più lungo corso
poetico, quali Giuseppe Conte, conoscono questo rischio, sanno che a voler dire troppo la poesia si brucia le ali e cercano di
giocare sull'ambiguità e sulla combinazione di serio e faceto. Un modo elegante, forse, per cavarsi d'impaccio. Nello scherzo però
si può anche esagerare, fino a scivolare, in un paio di altri testi antologizzati, nel cabaret, che può essere divertente ma è
anch'esso cosa diversa dalla poesia, e non figurava nemmeno tra le risorse preferite dai salmisti.
Dando atto ai curatori - e non è poco, oggi - di essere riusciti a escludere dal loro florilegio le accademie del nonsenso verbale
e del dialetto (c'è un solo testo dialettale su 41), il difetto che più spesso si riscontra nei componimenti di questa raccolta è
però proprio il contenutismo ingenuo: assunzione ex cathedra di posizioni sui grandi interrogativi dell'umanità o sui
temi scottanti di cronaca, resoconto dettagliato di peripezie autobiografiche... Il poeta non è un filosofo, un opinionista o un
conferenziere, e neanche un clown. Fa altre cose. Tentano qui a loro modo di ricordarcelo sommessamente testi come quello di Milo
De Angelis.
Altri salmi, a cura di Luca Egidio e Maria Gervasio
Gallo & Calzati editori, Bologna 2004, pp. 142. Euro 11.
(con allegata la videocassetta Salmo dell'attesa di Stefano Massari).
Jacopo Panerai |