DIARIO DI EDITORIA

Probabilmente la definizione più calzante per l'esperienza di Vittorio Sereni come direttore letterario alla Mondadori, dal 1958 al 1976, e oltre in qualità di consulente esterno, è quella di "sconfitta": benché in questo libro, che utilizza materiale d'archivio di prima mano, non manchi certo la volontà apologetica nei confronti di questa figura oggi ricordata come discreto poeta e non certo come operatore del settore librario. Un'impasse, quella del Sereni funzionario editoriale, più imputabile a difetti del sistema che suoi personali, la cui anatomia ci permette comunque di gettare un'occhiata da vicino a un periodo di trasformazioni culturali che hanno poi caratterizzato indelebilmente, fino ad oggi, questo paese.
Nella fase cruciale del passaggio, sempre delicatissimo, fra la prima e la seconda generazione aziendale, fra Arnoldo Mondadori, che muore nel 1971, e i figli, in particolare l'intellettuale Alberto, prematuramente scomparso, e il più prosaico Giorgio, Sereni gioca un ruolo, in fondo marginale, di garante dei rapporti con un mondo letterario sempre meno centrale nell'orizzonte dell'editoria italiana, che sta spostando le proprie preferenze verso generi più commerciali, spesso d'ispirazione o di provenienza estera (esempio d'epoca, l'interesse straordinario per i romanzi da cui era stato o si sarebbe tratto un film: lo stesso che oggi si nutre per i libri di personaggi televisivi...). In quest'ambito il margine di azione per il poeta di Frontiera e Diario d'Algeria sembra ridursi alla redazione di note di lettura interne sempre meno ascoltate dagli uffici che realmente decidono, e all'avvio di collane sperimentali che vanno in direzioni diverse da quelle ormai imboccate dai vertici della casa editrice, abortendo rapidamente.
Quegli stessi sono anche gli anni in cui si è imposto, vorremmo aggiungere, un modello di diffusione della cultura che ha finito per educare alla passività scrittori e pubblico, e nel quale ogni scelta, ogni decisione, ogni "investitura" è stata delegata a una cupola editoriale mossa da preoccupazioni puramente industriali. I canali alternativi, primo fra tutti le riviste, così importanti nella prima metà del XX secolo, sono scomparsi o entrati nelle catacombe: lo stesso Sereni tenta invano nei primi anni Sessanta l'esperimento di «Questo e altro», scarsamente appoggiata e quasi subito abbandonata dalla sua casa editrice. Attecchisce e si diffonde invece uno pseudogiornalismo letterario che riceve ordini e sovvenzioni dagli uffici stampa editoriali (alcuni casi sono documentati nel volume), dai quali non per nulla i personaggi "all'antica" come il nostro poeta sono presto estromessi.
E se l'editoria italiana, nel suo complesso, è l'adynaton che ci viene come chiusura, fosse stata un po' più coraggiosa, un po' più lungimirante, più attenta alla varietà e meno alla rincorsa di altri mezzi di comunicazione di massa? Chissà. Ma probabilmente i risultati non sarebbero stati peggiori, anche sotto il profilo economico, di quelli che abbiamo sotto gli occhi.

Gian Carlo Ferretti, Poeta e di poeti funzionario. Il lavoro editoriale di Vittorio Sereni
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori - Il Saggiatore, Milano 1999, pp. 204. Lire 29.000.

Egidio Bulfaretti