UN SECOLO DI ESTETICA
Il volume di cui stiamo per parlare non è recentissimo, risale al 1997 ma, ne approfittiamo per ribadirlo,
dal momento che oggi è difficile orientarsi nell'oceano di quanto è annualmente edito, anche restringendosi
a un ambito specifico, è inevitabile che molte "scoperte" avvengano per caso, a distanza di tempo, magari
ascoltando un suggerimento o curiosando fra la mercanzia di un remainder. Piaccia o non piaccia,
questo è il modo in cui oggi circola l'autentica cultura, sempre più ignorata e messa al bando dai circuiti
ufficiali.
Quasi dieci anni non sono dopotutto molti, visti da questa prospettiva. Il libro, ad ogni modo, è veramente
valido, anche se il titolo farebbe pensare di primo acchito a un manuale per addetti ai lavori: non è così,
l'autore ha mirato a una sintesi apprezzabile da tutto il mondo umanistico e non solo dai colleghi filosofi
ed estetologi. Altro discorso è, naturalmente, che questo mondo abbia recepito almeno in parte queste istanze:
ma ancora una volta non bisogna avere fretta, e il solo fatto che sia possibile pensare e comunicare idee del
genere costituisce già un buon segno.
Questa storia dell'estetica italiana del Novecento prende le mosse, e non potrebbe essere altrimenti, da
Croce e Gentile, ai quali sono dedicati due intensi capitoli (poche righe, giustamente, agli epigoni). L'autore,
Paolo D'Angelo, sembra considerare con qualche simpatia il neoidealismo, a lungo liquidato con sorrisi ironici,
o tout court snobbato dalla cultura nostrana: senza esserne un propagandista, atteggiamento che oggi
sarebbe improponibile, e pur additandone errori e omissioni, ne coglie la portata e la centralità nel dibattito
novecentesco, dove anche chi si è proposto di combatterlo radicalmente non è mai riuscito a costruire un'estetica
veramente indipendente e alternativa a esso. L'onore delle armi è ad ogni modo concesso ai tentativi postcrociani
come quelli di Banfi e Anceschi, di matrice fenomenologica (questi ultimi sono forse quelli che meglio colgono
e sviluppano spunti realmente trascurati dal neoidealismo), o a quello più difficilmente etichettabile di Luigi
Pareyson.
Un ulteriore merito di D'Angelo è il non aver considerato solo l'elaborazione teorica, ma anche l'estetica per
così dire "applicata", per esempio alla critica e alla poetica: scelta appunto lodevole, in assenza della quale
si rischierebbe di avere un quadro estremamente falsato e rarefatto dell'estetica italiana novecentesca. Da qui
pagine gustosissime come quelle dedicate alla confutazione delle tesi sedicenti "scientifiche", di matrice
strutturalista o semiotica, che hanno dominato nel nostro paese negli anni Sessanta e Settanta, e che ancor
oggi non sembrano del tutto rassegnate ad abbandonare il campo.
Ecco ad esempio «i diagrammi perfettamente inutili che chiudono certi saggi di Avalle, le formule di Rossi,
irte di frecce e simboli che dovrebbero sostituire gli equivalenti verbali e che sono inintelligibili senza di
essi, le ambizioni di ridurre le infinite complicazioni della narrativa a uno scheletrico traliccio di funzioni».
Queste soluzioni estreme, d'accordo, sono state silenziosamente messe in soffitta, e D'Angelo può parlare a buon
diritto al passato dello strutturalismo, ma non bisogna dimenticare che i suoi assunti di base sono ancora alle
radici degli insegnamenti di molte facoltà italiane: «Agiva in tutto questo un presupposto molto
materiale, e assai poco critico: essendo pacifico che la letteratura è un fatto di linguaggio, se ne faceva
derivare che solo la linguistica ne potesse dare adeguatamente conto. Ma anche le leggi sono un fatto linguistico,
e non perciò la dottrina giuridica è appannaggio della scienza del linguaggio».
Dagli anni Ottanta gli studi italiani di estetica hanno cominciato a rifiorire, eppure anche dal capitolo finale
di questo volume si ricava l'impressione di una ricerca che non ha ancora dato grandi frutti: troppe indagini
astratte che spesso, non essendo i sistemi congeniali a quest'epoca, tendono a disperdersi per mille rivoli e
a non avere ricadute in altri campi. Andrebbe soprattutto recuperata, suggeriremmo per concludere, la dimensione
del confronto con i problemi pratici, concreti, la lettura diretta delle opere d'arte (che in alcuni casi è avvenuta,
ma con una tendenza autarchica a considerare scrittori e poeti alla stregua di criptofilosofi), la rielaborazione
e il ripensamento delle acquisizioni tradizionali del pensiero estetico: questo è, a ben vedere, il lascito più
importante dell'esperienza di Croce, che per tali aspetti può rivestire a tutt'oggi un ruolo di maestro.
Paolo D'Angelo, L'estetica italiana del Novecento
Laterza, Bari 1997, pp. 332. Euro 18,08.
Jacopo Panerai |