UNA VITA DA POETA
Uno dei poeti italiani che offrano maggior materiale a una biografia "intellettuale" è sicuramente Giosue Carducci.
Povera di eventi esterni, la sua vita è invece ricca di polemiche, letture, scontri, interventi pubblici e riflessioni
private. Un bel libro, e ponderoso, di Aldo Alessandro Mola, non rivolto espressamente agli addetti ai lavori, ne
ricostruisce ora diversi aspetti, offrendo spunti di riflessione anche a chi si interroghi sui rapporti tra poesia e
società.
Carducci fu un personaggio poliedrico: poeta, studioso, professore, polemista, politico... Era ed è in buona compagnia,
si potrebbe dire. Ma quanti, in realtà, hanno veramente lasciato il segno in tutti questi campi?
Del poeta, sappiamo. Spesso enfatico, spesso toscanaccio, o entrambe le cose, quelle volte che aveva effettivamente
a tiro la preda riusciva a portarla a casa. E per questo lo ricordiamo oggi. Come studioso di letteratura riportò in
auge la storia e le ricerche d'archivio: non regge, agli occhi di noi posteri, il confronto con il contemporaneo De
Sanctis, perché pur avendo gusto e intuito stentava a svilupparli in un discorso critico organico, ma resta il fatto
che formò generazioni di italianisti illustri.
Infine, l'uomo politico. Il suo biografo probabilmente esagera quando adombra che la sua carriera pubblica in parte
mancata abbia privato l'Italia di uno statista insigne: un po' di strada comunque avrebbe potuto farla. E anche vero
che la centralità accordata ai temi politici - inevitabile in quei decenni tumultuosi - finì per influire
negativamente sulla sua poesia.
Nel 1876 affrontò la campagna elettorale per la Camera nel collegio di Lugo e vinse, di stretta misura. In parlamento
però non andò mai: una legge antilobby del tempo imponeva tetti alle rappresentanze di ogni categoria. I professori
universitari non potevano essere più di tredici a Montecitorio, e se gli eletti erano in numero maggiore si
sorteggiavano quelli da congedare. Carducci fu tra loro. Dovette accontentarsi delle cariche di consigliere comunale
e provinciale a Bologna. Nel 1890 fu nominato senatore (allora l'intera assemblea era di nomina regia): al senato,
che contava meno della Camera, andò raramente. Ai tempi senatori e deputati non percepivano alcun compenso, nemmeno
il rimborso delle spese di viaggio. Sembra un altro mondo.
La sua esistenza si svolse, apparentemente, all'insegna della contraddizione. In politica fu dapprima repubblicano,
progressista, antigovernativo, poi monarchico e conservatore. Fu anticlericale, ateo, massone (con la massoneria,
documenta Mola, ebbe un rapporto difficile: ai massoni, alla fine, della poesia non importava granché), poi deista,
e prima di morire si riconciliò con la Chiesa. In letteratura tenne sempre ferma l'assoluta fedeltà ai classici,
ma di fatto, con la metrica barbara, abolì la rima, scardinò i metri tradizionali e aprì la strada al verso libero.
Le contraddizioni però sono solo in superficie. Avversò il re e il papa perché entrambi delusero i suoi sogni di
uno Stato e di una Chiesa migliori: invecchiando divenne meno massimalista e vide che qualche lento mutamento stava
nonostante tutto avvenendo. Come poeta capì che tradizione è il contrario di imitazione servile, e cercò di innovare
senza mai troncare le radici, senza l'ansia del "nuovo". Sentiva che la «Terza Italia» dopo Roma e il Rinascimento
poteva sorgere solo dalla consapevolezza del proprio passato. In questo percorso seguì un tracciato irregolare e
confuso, perché pur essendo coltissimo e pur avendo sensibilità artistica in lui faceva difetto il pensatore.
Il suo ritratto sembra insomma quello di un "poeta di successo" che ricoprì nella società del suo tempo un ruolo a
tutto tondo da protagonista. Ma è in parte un'illusione ottica. Carducci ad esempio si angustiava perché i suoi
volumi, nonostante gli ammiratori altolocati, fra cui la regina, vendevano poco in un mercato librario che cominciava
a decollare. Nel 1871 scrisse: «La poesia è oggimai cosa affatto inutile; che se anche mancasse del tutto, verun
minimo congegno della macchina sociale ne andrebbe men bene». Anche a lui il passato appariva piu roseo del presente,
sotto questo profilo. E nel 1885, riferendosi ai compatrioti: «Questa gente bizantina non si prepara e non si
preparerà mai a nulla, si trasformerà sempre peggio. Sparirà senza lume né di canto né di pensiero, senza eroismo
né di lotta, né di sacrifizio, sparirà frantumata sotto la valanga della vendetta plebea».
Aldo A. Mola, Giosue Carducci - scrittore, politico, massone
Bompiani, Milano 2006, pp. 571, euro 12,50.
Egidio Bulfaretti |