IL METADONE DI TZVETAN T.
Nel nutrito paneídolon della generazione-che-non-vuole-passare il nome di Tzvetan Todorov occupa un
posto di riguardo. Oggi un pochino in ombra, nonostante la conversione del marchio di fabbrica alla causa
della saggistica leggera, nei leggendari anni della demenza sessantottina il filosofo franco-bulgaro era
per gli intellettuali d'accademia un'auctoritas exemplarissima, uno di quei maîtres à penser
che facevano testo, scuola e tendenza, oltre che strame della tradizione. L'immenso danno prodotto da
quella stagione dev'essere ancora calcolato e c'è da scommettere che non lo sarà fino a quando la
generazione-che-non-vuole-passare non sarà trapassata dal primo avanguardista all'ultimo epigono, ma intanto
il vecchio maître, ormai alla soglia dei settant'anni e a quarant'anni dai saturnalia del maggio
parigino, prova a lanciare un primo timido ammiccamento ai fasti del futuro revisionismo. Lo fa con il breve
saggio La letteratura in pericolo (Milano, Garzanti, 2008), scaturito da un'improvvisa folgorazione circa
lo stato presente della letteratura.
La diagnosi su cui Todorov incardina le sue riflessioni si può riassumere nell'affermazione che lo studio degli
strumenti retorico-linguistici ha finito per azzerare la percezione dell'oggetto letterario, conducendo tra
l'altro al paradosso per cui nelle scuole «non si apprende che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono
i critici». Gli agenti patogeni della congiuntivite critica sono l'analisi strutturale, la filologia,
lo storicismo, il formalismo e, con i suoi sottogeneri più in auge, il decostruzionismo. Al termine del suo
sommario elenco, Todorov non manca di puntare il dito contro la nuova (in)sensibilità prodotta dall'interazione
di questi vari filtri, una deriva impastata di nichilismo e solipsismo minimalista e sfociata in «un
atteggiamento compiaciuto e narcisistico, che induce l'autore a descrivere minuziosamente le sue più piccole emozioni,
le sue più insignificanti esperienze sessuali, le sue più futili reminiscenze».
La predica è discreta, anche se intempestiva, e costituisce un involontario risarcimento morale per tutti coloro che,
approdando ad analoghe conclusioni anni o decenni fa, si vedevano tacciare di passatismo, dilettantismo, velleitarismo
e ascientificità. Il pulpito, in compenso, non è dei più affidabili, come mostra di cogliere anche lui, lo
strutturalista pentito: «Dovrei forse [...] sentirmi responsabile», chiede non si sa bene a
chi, «della condizione in cui versa la letteratura oggi?». Di questo e d'altro, risponderemmo
in molti. Lui invece se la cava con un sommario excursus sui vetri insaponati della storia intellettuale europea,
un'improbabile chiamata di correo nei confronti di Niccolò Cusano, di Leibniz, di Nietzsche... Il conditore di
sistemi analitici ipercomplessi pretende di lavarsi mani, piedi e coscienza compendiando un bigino d'estetica e,
dopo avere gozzovigliato fino alla nausea, acquisito posizioni di rendita mediante lo smercio di false prospettive,
consumato il consumabile e compromesso il compromettibile, lancia ora la controrivoluzione in formato tascabile,
con un pamphlet di ottanta pagine scarse.
C'è però una ragione più specifica per guardare con diffidenza al volumetto di Todorov, ed è la comprensione
utilitaristica che emerge dalla sua apologia della letteratura. Perché mai la letteratura dovrebbe avere diritto
di cittadinanza nel mondo postmoderno? «Perché mi aiuta a vivere», «perché ci
procura sensazioni», perché prepara a «tutte le professioni basate sui rapporti umani»,
perché i suoi grandi maestri, come Dante e Cervantes, ci illuminano sulla condizione umana «quanto i più
grandi sociologi o psicologi». Le risposte di La letteratura in pericolo si giocano tutte su queste
corde, in un ventaglio di soluzioni che con l'essenza riposta della letteratura hanno a che fare solo indirettamente.
Uscire dal contra naturam della ruminazione critica autoreferenziale non è facile, certo; occorre attraversare
un autentico processo di disintossicazione. Ma con il metadone dell'utilitarismo, magari incartato in foglietti
peruginizzanti («quando sprofondo nella malinconia non posso fare altro che leggere la prosa incandescente
di Marina Cvetaeva»), si va poco lontano. Specie se a prescriverlo è il pusher di ieri.
Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo
Garzanti, Milano 2008, pp. 88. Euro 11,00.
Riccardo Nardini |