IL PESCE DI SINGAGLIA

La provincia delle piccole patrie attaccate nonostante tutto al ricordo dei propri figli più o meno illustri ha prodotto il libello che casualmente mi ritrovo fra le mani, Le lunghe fedeltà di Sandro Sinigaglia, atti del convegno di studi svoltosi in quel di Arona (Novara) il 16-17 novembre 2007, editi nel marzo 2010. Lavoro esile, considerata la task force cimentatasi nell'impresa e censita a pagina 11, a cominciare da Dante Isella: solo una quarantina di pagine, da cui è comunque possibile ricavare qualche dato interessante. Com'è infatti auspicabile gli estensori, invece di accontentarsi secondo l'abitudine oggi invalsa di snocciolare lodi sperticate e generiche, hanno cercato di motivare i loro giudizi e di contrastare in qualche modo i non rari detrattori dell'oggetto del convegno. Uno sforzo che merita sicuramente attenzione.
Uno primo spunto di riflessione è lo scarso interesse mostrato verso l'aspetto più macroscopico della produzione di Sinigaglia, ovvero l'esibito e mostruoso espressionismo linguistico, nel quale risiede, a voler ben considerare, l'unico valore ascrivibile a questo esperimento in versi, ossia quello di caso clinico, di degenerazione patologica della funzione di ricerca linguistica fisiologicamente operante in ogni poeta. Ma l'imbarazzo si spiega con facilità: certe mode in auge negli anni Sessanta sono definitivamente tramontate e ormai i freak linguistici suscitano poche emozioni. Il tentativo è allora quello di trasformarli in freak di vita, più in linea con le tendenze attuali. Con Sinigaglia l'operazione non è semplice, è vero: titolare di una piccola fabbrica di orologi meccanici, professore di liceo, poi anche redattore alla Ricciardi, scrittore ludico e disimpegnato con una spiccata predilezione per il salace, il suo non è certo il curriculum vitae del maledetto e dell'ex lege.
L'antipasto di questa rivisitazione cultural-biografica è un saggetto di Carlo Carena sui classici greci e latini nella poesia di Sinigaglia (che sono certamente presenti come centone di dotti richiami, benché riesca arduo pensare una scrittura più a-classica di questa), ma la testa di turco più incalzata nella breve quintana, insieme ad Andrea Cortellessa, che a proposito di Sinigaglia ha parlato di «ossessione pornografica», è Franco Fortini, dimostratosi peraltro, come critico sinigagliano, di impeccabile esaustività:

Sono esistiti e forse esisteranno sempre i cosiddetti poeti per professori. Ma l'ultimo cinquantennio ne vede fioriti non pochi, soprattutto da quando gli studi di linguistica sono (e giustamente) divenuti la base incrollabile della critica letteraria. Accade insomma che il linguista si innamori di autori il cui lavoro si presta alla lettura e all'analisi stretta. Da qui l'avallo che l'illustre critico [Gianfranco Contini] ha dato agli scritti poetici di Sandro Sinigaglia, autore di un libretto di versi tanto preziosi da sembrare, anzi da essere falsi. [...] Ho voluto dare un esempio di questo repellente esercizio verbale che viene scambiato per supremo gioco letterario.

L'esempio addotto da Fortini, attacca Pietro Gibellini, sono «quei versi in cui il poeta presenta la donna che gli sta sopra, in un amplesso, vista dal basso in alto, simile alla prostituta Raab ma anche a una Maria Assunta. Per Fortini è una trovatina che parafrasata, cioè spogliata del suo paludamento verbale, si rivela un trucchetto blasfemo. Obiezione a cui qualcuno ha trovato agio di replicare che se parafrasiamo in lingua corrente l'inizio di "Tanto gentile e tanto onesta pare" produrremmo un esito banale o perfino comico». L'ultima affermazione in effetti è alquanto opinabile, visto che alla parafrasi del sonetto dantesco proprio il maestro indiscusso di Sinigaglia, Gianfranco Contini, ha dedicato un saggio giovanile alieno da risultati banali o comici. Esiti comici li raggiunge invece Gibellini quando afferma - del tutto seriamente si direbbe - che «la visione di questa Gloria terrestre-celeste, di una donna che gli sta sopra e potrebbe essere sia Raab sia la Madonna, si lega all'immagine di un Virgilio che prende per mano Dante e con l'altra Sandro salendo l'erta purificatrice (non direi penitenziale)».
Secondo Massimo Raffaeli la lettura di Fortini sarebbe invece «sbagliata, superficiale nella sua crudeltà, e viceversa, perfino ignara delle premesse»: non si capiscono bene quel "viceversa" e quel "perfino", visto che una critica superficiale dovrebbe essere per definizione ignara delle premesse, ma Raffaeli ci dona una chiave di lettura introducendoci all'interno di queste ultime, alla quali fu iniziato, racconta,

da un recente viaggio nell'Ossola [...] su antiche tracce che tutte riconducevano o incrociavano l'esperienza biografica del nostro autore (o il suo reale ipotesto, direbbero gli specialisti) [...] È lì che mi sono tornate in mente le poesie del Flauto e la bricolla direttamente scaturite dalla vicenda resistenziale [...] ed è lì che mi è parso di intuire, forse una buona volta di capire, come esse costituissero la radice inabissata, la mozione segreta, o persino il tabù, di tutta quanta l'opera in versi di Sandro Sinigaglia. Come se i ludi successivi, le nugae da svagato dilettante, quel suo accanirsi e scialare nel linguaggio, quel suo scendere e permanere al livello del corpo, esultando nell'eros, quel carcerarsi alla maniera di Catullo in una pura estasi postribolare, di fatto nobilitando la cruda concupiscenza e il meretricio, come se tutto questo avesse senso solo in quanto vissuto a livello astrale, ovvero diametrale, rispetto a qualcosa per lui di troppo risaputo, cioè di troppo doloroso e straziante, per essere detto una volta di più, per essere rinominato invano.

Il Nostro, critico letterario de «Il Manifesto», conosce, gli si dà volentieri atto, la critica intorno all'opera di Paul Celan, e conclude non per nulla il suo intervento con la frase «per questo è necessario continuare a scrivere poesie dopo Auschwitz»: solo che Sinigaglia non è Celan, e il presupposto di una colossale preterizione, di un silenzio angosciato sotteso alla poesia sinigagliana risulta un transfert francamente maldestro. Non si discute, in effetti, che il partigiano Sinigaglia in Ossola possa aver vissuto momenti difficili e partecipato ad azioni sanguinose, ma almeno nel suo epilogo felice la lotta resistenziale non appare un ricordo tanto tragico e insostenibile quanto può esserlo invece ad esempio la perdita di entrambi i genitori in un lager nazista. D'altro canto la sublimazione di un disperato dolor in "estasi postribolari" è una soluzione certamente possibile negli infiniti meandri della mente umana, ma come fomite di alta poesia lascia a dir poco perplessi.
Per convincerci, Raffaeli dà lettura di una «poesia straordinaria», «un esito così assoluto che dovrebbe, in sé, garantire la fama di un poeta»:

Dietro a fanfara borghese
quattro emorroisse bandiere
che già gli manca
la voce a far coro
si disperde il codazzo.
Bruciavano nell'agonia
chiedevano da bere!
Il gelatiere Camillo
uscì.
Così furon quattordici
i morti per Arona.
Io lo ricordo col suo triciclo
oggi che la stagione
del sorbetto comincia
e la memoria degli uomini
passa più in fretta del pesce.

Sono versi che se non altro si distaccano dalle tematiche voyeuristiche tanto care a Sinigaglia: e anche lo sfoggio di reperti linguistici scavati dai dizionari è alquanto contenuto, forse perché la "materia" della poesia è veramente partecipata e non richiede effetti speciali che le conferiscano una qualche consistenza. Meglio del solito, insomma. Ma dov'è l'esito assoluto? Nota Raffaeli: «Il paradosso che discrimina il qui e l'altrove, lo ieri dall'oggi, è lo stesso che congiunge la tragedia alla sua conseguente rimozione: di una simile dinamica la poesia [...] si fa carico e la introietta fino a metabolizzarla».
Un episodio di storia locale relativo all'ultima guerra: di questo si tratta. La constatazione che la gente dimentica in fretta, d'accordo: ma si tratta di una scoperta particolarmente profonda? Da sempre l'umanità tende a pensare ad altro dopo le tragedie, né sembra d'altronde che l'oblio qui sia impietoso e totale perché la poesia si apre con una fanfara e un corteo di bandiere, evidentemente in un anniversario dell'eccidio. L'io scrivente che a margine della commemorazione si arrovella nel ricordo al giungere della stagione del sorbetto davvero non sembra portatore di verità o istanze morali superiori.
Stilisticamente l'interesse di questi versi è ancora minore. Raffaeli è esaltato dall'aggettivo «emorroisse», tipicamente sinigagliano, «quasi un'oraziana callida iunctura, l'emorroisse che sembra un'oltranza bislacca, un gratuito guizzo vocabulistico, ed è invece parola tratta dai Vangeli, l'insegna che annuncia la strage: sono infatti qui evocati dei vessilli etimologicamente sporchi di sangue». Sarà, ma il termine richiama piuttosto il sangue mestruale e sembra, volontario o meno, più un dileggio che una descrizione preziosa. Anche l'immagine finale è pateticamente goffa: certo si allude a un pesce che guizza via in un corso d'acqua, ma messo così, accanto al sorbetto, potrebbe anche essere adagiato, guarnito di maionese, su un piatto di portata da cui un cameriere agitato si dimentica di servire. Non è la via migliore per suscitare nei sopravvissuti una memoria imperitura.

Le lunghe fedeltà di Sandro Sinigaglia - Atti del Convegno di studi
Comune di Arona, Arona 2010, pp. 48, s. i. p.

Egidio Bulfaretti