DI DUE GENERI DI POETI
Benché non abbia al momento tra i suoi scopi la pubblicazione di testi poetici, «Phemios» riceve
numerosissimi invii di versi in lettura, nonché aperte richieste di pareri, ai quali la redazione
cerca di rispondere come meglio può, sforzandosi di non cadere nel trabocchetto della matita rossa
e blu, che va forse bene a scuola ma non di fronte a un testo poetico, qualunque possa esserne il valore.
Intendere un poeta di cui non si sa nulla, un perfetto sconosciuto di cui ci si ritrova per le mani pochi
frammenti quasi per materializzazione, è infatti un'impresa sempre azzardata, nella quale si è purtroppo
costretti a dare grande credito alle prime, magari estemporanee impressioni. Ogni "incontro" con la poesia
di autori già consacrati è invece facilitato, dal momento che si parte già sull'avviso e si percorre una
strada battuta (anche se non tutto è scontato, non bisogna mai supporre l'infallibilità di chi ha giudicato
prima di noi).
Ad ogni modo le tendenze che emergono dall'esame del copioso materiale fornito dalle caselle di posta
elettronica di «Phemios» sono molteplici e non sintetizzabili in poche linee, ma vorrei enuclearne almeno
due che risultano relativamente ricorrenti. La prima è quella dei poeti che si riconoscono fra l'altro
per una singolare caratteristica: leggendoli si resta con il dubbio se i loro versi siano stati scritti
in un casale isolato del Chianti, al trentesimo piano di un grattacielo a New York o da qualche altra parte.
Dove vivono, cosa fanno, cosa sentono, cosa hanno intorno a loro? In realtà parlano per stereotipi di
derivazione letteraria, introducendo immagini, situazioni, sensazioni altamente astratte e stilizzate.
Pensano che scrivere poesie significhi imitazione di qualche modello "vincente", né, a dire il vero,
sembrano troppo curiosi di trovarne altri una volta effettuata la loro scelta.
Al polo opposto stanno invece coloro che riescono a trasmettere l'idea di un loro microcosmo, della fetta
di mondo che si scorge dalla loro finestra. Questo, va detto a scanso di equivoci, non è ancora poesia,
anzi può essere lontanissimo dalla poesia: però è se non altro più vicino alla vita, e ascoltare la vita
è comunque un primo passo verso la poesia. Si deve però osservare che i poeti del primo tipo sono in genere
più provveduti culturalmente di quelli del secondo (ma anche qui generalizzare è difficile), ossia hanno
un'idea più chiara di cosa sia "il mestiere", che ancora una volta è una componente in qualche modo
necessaria ma del tutto insufficiente.
Carmine Adalfei |