HEANEY E IL CUORE DI GUIDO DI MONTFORT
«Sandstone keepsake», ovvero «Pegno di arenaria», è una poesia del nordirlandese Seamus Heaney (nato nel 1939)
tratta dalla raccolta Station Island apparsa nel 1984, poesia che qui riportiamo nella versione italiana
di Gabriella Morisco e Anthony Oldcorn, edita da Mondadori nel 1992:
È una specie di zucca solidificata
gessosa color ruggine, sedimentaria
e di una tale sicura compattezza di mattone
che spesso la stringo e la passo da una mano all'altra.
Era più rossiccia, con una velatura
subacquea di contusione, quando la raccolsi
guadando una spiaggia sassosa a Inishowen.
Dall'altra parte dell'estuario un riflettore dopo l'altro
si accese silenziosamente intorno al perimetro
del campo. Una pietra del Flegetonte,
insanguinata sul letto del bollente fiume infernale?
Il gelo della sera e l'acqua salata
mi facevano gelare la mano, come se avessi strappato il cuore
che condannò Guido di Montfort al bulicame -
ma no, non proprio, anche se mi sovvenni
del cuore della sua vittima nello scrigno a lungo venerato.
Comunque, io stavo là con quella pietra rossa e bagnata
in mano, fissando le torri di guardia
dal mio libero stato di immagini e allusioni,
prima catturato poi lasciato cadere da un binocolo puntato:
una silhouette del tutto insignificante,
uscita per la serata in sciarpa e stivaloni,
uno non fatto per mettere ordine o scompiglio ai tempi,
che avanza curvo, uno dei veneratori.
La prima parte, ossia le prime due quartine, è dedicata alla descrizione della curiosa pietra trovata durante
una passeggiata sulla riva del mare e portata a casa come un keepsake, un oggetto ricordo (ma il termine
è polisenso e indica anche un pegno di affetto scambiato fra due persone: significato che il traduttore italiano,
costretto a scegliere, ha privilegiato). Una descrizione accurata, virtuosistica, che in fondo sarebbe però stata
alla portata anche del poeta della domenica, il quale ci avrebbe sicuramente intrattenuto sull'aspetto bizzarro
della pietra raccolta, traendone magari spunto per considerazioni storico-geologiche alla Giacomo Zanella.
Il poeta "ispirato" lavora però in modo diverso. L'ambientazione, innanzi tutto, non è estemporanea. Al verso 7
è menzionata la penisola di Inishowen, al verso 10 si parla di un «campo» circondato da riflettori che si intuisce
(si intuirà meglio nei versi successivi, quando si paleseranno delle torri di guardia) essere un penitenziario.
In effetti, Heaney è come già si è detto un poeta nordirlandese, e questi versi risalgono al periodo compreso fra
la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, epoca di guerra civile in Ulster. La penisola di Inishowen
si trova nell'Irlanda del Nord, ma in un settore sotto la sovranità dell'Eire. Dall'altra parte del golfo,
appartenente al Regno Unito, sorge un campo per i detenuti dell'Ira. Ancora una volta, il poeta della domenica
colto da passione civile ci avrebbe spiegato a lungo i risvolti di questa situazione: Heaney la accenna appena,
la lascia soltanto intravedere sullo sfondo, benché si tratti di un elemento fondamentale della poesia.
A metà della terza quartina si accende quindi quello che è a tutti gli effetti il nucleo del componimento (nel
senso che questo termine assume in un reattore nucleare), incentrato su una terzina della Divina Commedia che
per un lettore anglosassone deve assumere un significato particolare, essendo legata a vicende inglesi
(Inferno, XII, 118-120):
Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n sul Tamisi ancor si cola».
Secondo il commento del Sapegno, «Guido di Montfort, vicario per la Toscana di Carlo I d'Angiò, per vendicare
la morte di suo padre Simone, fatto uccidere da Edoardo I re d'Inghilterra, pugnalò il cugino di questo, Arrigo,
in una chiesa di Viterbo, nel 1272. [...] Il cuore di Arrigo fu in seguito collocato, secondo il Villani, "in una
coppa d'oro... su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi"». Da notare che Dante non parla di
cuore strappato dall'assassino: l'immagine è introdotta da Heaney. È invece una scelta del traduttore la resa di
boiling flood con bulicame, soluzione che incrementa l'atmosfera dantesca ma innesta un preziosismo
che manca nell'originale, dove anzi un uso controllato di espressioni colloquiali sottolinea la lontananza da un
ambito alessandrino. Il rimando ai versi di un altro poeta non ha infatti qui l'aspetto di uno sfoggio di cultura,
di un'aggiunta decorativa: fa parte, all'opposto, della "sostanza profonda" della poesia, si è perfettamente
incarnato all'interno di essa, divenendo qualcosa di nuovo.
Seguire nel dettaglio come questi elementi si intreccino per costituire un ordito estremamente complesso rischia
di essere pedante, e finirebbe per pretendere invano di sostituirsi alla voce della poesia, la sola in grado di
dire quanto doveva essere detto. Accontentiamoci pertanto di averli sommariamente indicati.
Un fatto ad ogni modo ci aiuta a comprendere l'eccezionalità del risultato: altrove Heaney, poeta di vena
abbondante, ha tentato di seguire la stessa "procedura", senza però riuscire a raggiungere traguardi paragonabili.
Ecco ad esempio una poesia da una raccolta più tarda, Seeing things (Veder cose), del 1991,
tradotta da Gilberto Sacerdoti (Mondadori, 1995):
LA BERRETTA DEL PRETE
Come la Gallia, la berretta era divisa
in tre parti: saia nera con tre pinne,
una scatoletta liscia e compatta,
ogni angolo e pendio assicurato
e deciso con accuratezza.
L'interno era di raso pieghettato.
Pesante, ma dotata di un fiocchetto
di cascami di seta che il dorso
delle mie dita ricorda bene, lasciava
un segno rosso scuro sulla fronte del prete.
La ricevevo in mano dalla mano
del celebrante di turno con un solo,
secco, meticoloso movimento
verso l'alto, l'esterno e il basso al
Nel nome del Padre, e del Figlio E
dello Spirito Santo... La posavo sui gradini
dove sembrava inchiodarsi e quasi opporre
resistenza al rapido disbrigo
procedurale della Messa - il calice
svuotato, il colpetto sulle labbra.
La prima volta che ne vidi una udii
un grido mentre innanzi si levava
un asceta di El Greco predicante
fiamme infernali, un furioso Sauro,
testa ad ascia sul pulpito, smaniante.
Santuari. Marmo. Inginocchiatoi.
Vocazione. Alcuni li schiacciava,
altri sembravano puliti ed alti.
Antica come un'armatura in una sala
ci intimidiva, me e la mia generazione.
Adesso la rovescio ed è una barca -
di carta, o quella che, spinta dal vento,
entra nei primi versi del Purgatorio
quando la poesia tira su gli occhi
e tossisce per schiarirsi la gola.
O forse quella barchetta dell'età del bronzo
dove i remi sono aghi e l'oro lavorato
è fragile come la metà intatta
di un guscio dischiuso, raffinato
in immagine pura oltre la scoria.
Ma alla fin fine è più facile sia
quella del quadro di Matthew Lawless,
La visita al malato, in cui la scena
è su un fiume è tutto è massiccio,
patetico e vittoriano irlandese.
Nel qual caso, comunque, sua reverenza
ha un cappello. Rassicurante, semi-
domestico, amato nelle crisi,
siede ascoltando il battito dei remi, triste
della sua degna vita, e ad essa adatto.
La parentela con «Pegno di arenaria» è evidente: anche in questo caso si parte da un oggetto apparentemente
banale di cui, attraverso una serie di libere associazioni, si scopre un significato profondo. Il poeta qui
non è però riuscito ad accendere un nucleo, e ha continuato ad accumulare materiali nella speranza di riuscirci.
Heaney si conferma un mago della parola, un virtuoso della descrizione: l'immagine del prete che si toglie la
berretta per celebrare messa ad esempio è scandita magistralmente, ma è l'insieme della poesia che risulta
artificioso, una somma di momenti staccati, nonostante un tenuissimo filo conduttore costituito dal "sacro".
Anche la citazione da Dante non ha nulla di indispensabile, di cogente: potrebbe benissimo non esserci, e
cambierebbe poco. Del resto, una spia di questo scollegamento è il tono ironico che aleggia fin dal verso
d'esordio su tutto il componimento, un tono del quale al contrario non c'era traccia in «Pegno di arenaria».
Egidio Bulfaretti |