UNGARETTI FUORI EPOCHÈ
Con i padri
fondatori della vulgata ermetica l’uso del trinciapollo richiede
qualche cautela
supplementare. In nessun caso, forse, come in quello di Ungaretti. Non
tanto per
l’altezza dell’opera ungarettiana, da un certo punto in
là più candidamente
pretenziosa che alta e prima di quel punto solo e soltanto candida,
quanto per
il carattere fondante che i versi di Ungaretti si sono visti assegnare.
Poco
importa se a essere fondata fu soprattutto una maniera, anzi
un’articolazione
di maniere: il dato rimarchevole è che, per un singolare
intreccio di
contingenze, la mise à jour della sodalitas
poetica italiana si modellò, almeno
per paio di decenni, sulla dorsale ungarettiana. Sodalità nel
senso più lato, inclusiva
dell’iperspecialista così come del semplice orecchiante,
perché fin dal primo
esordio sul proscenio letterario nazionale la lirica di Ungaretti fu
interpretata come un’immane liberatoria, e la sua musa,
limpida alla
sorgente e spesso torbida negli esiti finali, ebbe il curioso
privilegio di
ritrovarsi in una notte patrona dell’escursionismo letterario di
mezza Italia.
Rileggendo il primo Ungaretti, dunque, occorre tornare idealmente allo
stato della
scena culturale italiana negli anni in cui la rivoluzione semiconscia del Porto sepolto e poi dell’Allegria riusciva a impressionare persino
i palati più esigenti. Rileggendo l’“altro”
Ungaretti, invece, non bisogna mai
perdere di vista la precipitosa, se non improvvida, investitura a vate
nazionale scaturita da quella prima stagione.
Questa premessa serve a dare preventiva ragione dell’epochè
cui volentieri affidiamo il grosso della produzione
ungarettiana, sottoscrivendo il promoveatur
ai fasti della memoria storico-letteraria ut
amoveatur dall’orizzonte della maniera poetico-operativa.
Ungaretti non è poeta di un intero volume, ma nemmeno di un solo
carme com’è
ad esempio Saba (il carme è l’«Ulisse» di Mediterranee).
Dalla nostra epochè sporge quindi un
minuscolo residuo di liriche cui la coscienza poetica e/o poetante
può
riferirsi oggi come ieri con positivo profitto. Ne fanno parte un paio
di componimenti
della raccolta poeticamente più temprata, Il
Dolore.
Il primo è la celeberrima «Tutto ho perduto», del
1937, che apre il libro e
la sezione d’avvio. Ungaretti vi mette in campo la sua
caratteristica
autenticità, punteggiandola con slanci retorici sapientemente
sedati:
TUTTO HO PERDUTO
Tutto ho perduto
dell’infanzia
E non potrò mai
più
Smemorarmi in un
grido.
L’infanzia ho
sotterrato
Nel fondo delle
notti
E ora, spada
invisibile,
Mi separa da tutto.
Di me rammento
che esultavo amandoti,
Ed eccomi perduto
In infinito delle
notti.
Disperazione che
incessante aumenta
La vita non mi è
più,
Arrestata in
fondo alla gola,
Che una roccia di
gridi.
Anche a
prescindere dall’intavolatura prosodica, duttile e rigorosa al
tempo stesso in
quel suo inanellare imparisillabi di varia lega e vario ritmo, tutto
qui è in buon
equilibrio tra lo spontaneo e lo studiato, tra il deserto
dell’intimità più
riservata – e autentica, non letterariamente mediata – e il
grande mare della
tradizione. A un attacco incisivo, con cadenza retorica di chiaro taglio
ermetico (il Quasimodo di Òboe sommerso,
un’oboe che non a caso «smemora», era da tempo in
circolazione) risponde, quasi
un correttivo, il tipico cantus planus
ungarettiano (la «spada», tra l’altro, diventa
«invisibile» solo nel 1947, dopo
essere stata più semplicemente «nera»). Poi ancora
intimità, che accenna a lievitare
in retorica, ma in modo sommesso, sempre sotto intelligente
sorveglianza; al
punto che il poeta può permettersi di sfocare
«Nell’infinito delle notti»
(così nelle prime versioni a stampa) nel più ricercato
«In infinito delle
notti», senza per questo perdere di “presa lirica”.
Non serve spingersi troppo
a fondo nell’analisi per cogliere in questi versi il frutto
maturo del migliore
Ungaretti, una di quelle rare prove in cui la confessata
sfiducia nella parola
si fa trascendere dalla forza della parola, oltre che da quella della
vita (la
poesia, com’è noto, è scritta in memoria del
fratello morto).
Il secondo componimento è una poesia decisamente meno
frequentata, ignorata
dai più e trattata dalla critica con un certo sussiego. Risale
al 1943 e ha l’indicativo
privilegio di formare una sezione a sé:
INCONTRO A UN
PINO
E quando
all’ebbra spuma le onde punse
Clamore di
crepuscolo abbagliandole,
In Patria mi
rinvenni
Dalla foce del
fiume mossi i passi
(D’ombre mutava
il tempo,
D’arco in arco
poggiate
Le vibratili
ciglia malinconico)
Verso un pino
aereo attorto per i fuochi
D’ultimi raggi supplici
Che, ospite
ambito di pietrami memori,
Invitto
macerandosi protrasse.
È il saggio più compiuto
dell’Ungaretti doctus. La tradizione
letteraria, che troppe volte nelle poesie della maturità
ungarettiana assume i
tratti di una «prigionia» (l’espressione è di
Luzi), risulta infine metabolizzata
e capace di alimentare un classicismo scultoreo, solenne, anche se
sintatticamente
impegnativo e all’apparenza parnassianamente algido. Versi di
registro alto,
per celebrare l’improvviso ritorno in «Patria» o,
meglio, l’assoluto riapparire
della «Patria», evocata come una dimensione da sempre
latente nell’identità
profonda del poeta. «Incontro a un pino» è una
“patridofania”, quasi il verbale
di un’illuminazione in cui una semplice sequenza di elementi
indistintamente
naturali e architettonici – a partire dalla stessa parola –
si trasfigura in
una costellazione rivelativa dell’archè
poetica, origine e destinazione, quest’ultima anche nel senso di
missione, del
poeta. La poesia vibra di una misteriosa sacralità, qualcosa di
più complesso
della generica «religiosità» che Ungaretti amava
riconoscere tra le proprie costanti liriche.
La grandiosa visione del «lungotevere al tramonto» (questo
il titolo
originario) ha i connotati di una rivelazione iniziatica, e in questo
senso la
presenza di strutture ampiamente sfruttate, se non istituite, dal
Campana orfico
è tutt’altro che sorprendente; così il montaggio
“cinematografico” delle
immagini, ma anche certi costrutti caratteristici del microcosmo espressivo
campaniano:
«D’ombre mutava il tempo, / D’arco in arco poggiate /
Le vibratili ciglia
malinconico». La saturazione atmosferica rende del tutto
accessoria e in fondo sterile
l’indagine sul significato dei simboli che si intrecciano e
sfilano negli
undici versi. Che cosa rappresenta il pino in fiamme? Di cosa è
simbolo il
fiume percorso dalla foce? «Incontro a un pino» è
una di quelle rare poesie che
a una lettura attenta e reiterata acquistano da sé
un’evidenza – anche
un’evidenza estetica – cui il démontage
esegetico o strutturale ha ben poco da aggiungere, e anzi, semmai,
qualcosa da
togliere. Forse per questo la critica non l’ha né amata
né consacrata secondo
il merito, preferendo concentrarsi sull’opera
dell’Ungaretti frammentista o di
quello più scopertamente e ingenuamente letterato: i due tempi
sui quali
sospendiamo benevolmente il giudizio, pur nel robusto sospetto che la
consistenza di quella produzione sia stata amplificata da fattori
congiunturali
e, in definitiva, extrapoetici.
Luca Vanni |