LA STAGIONE BREVE DI GOVONI
Il primo
problema da affrontare a proposito
della poesia di Corrado Govoni è la sua scarsa
reattività a diverse tipologie
di analisi critica. Da un punto di vista storico-comparativo in effetti
i suoi
antecedenti e i suoi punti di riferimento sono, in sostanza, quelli
comuni a
tutta una generazione formatasi sul
Poema
paradisiaco e sui
tardosimbolisti francesi, mentre anche sotto il profilo
stilistico pochi appaiono gli elementi di spicco, essendo la sua una
poesia
impressionistica, tendente al linguaggio colloquiale, con una metrica
volutamente popolaresca e approssimativa pronta ad accogliere il verso
libero.
Sul
versante estetico un dato balza invece
agli occhi: la parte più valida della sua vasta opera
è universalmente ritenuta
quella iniziale, in specie quella compresa fra il 1903, data di
pubblicazione,
a soli diciannove anni, della sua prima raccolta Le fiale,
e il 1907 (Gli
aborti). Pochi anni
benché febbrili, un lustro, ai quali segue una breve
fase futurista e quindi un lungo inverno seriale fino
all’anno della morte, il
1965.
Cos’è
allora presente nei primi versi, e cosa
va in seguito perduto? Vediamone alcuni dei più noti, dalla
raccolta Armonia
in grigio et in silenzio
(anch’essa del 1903):
Una campana
sgrana una
spica
di suoni
poco usati;
dei
fioretti malati
seccano in
mezzo a
tegoli di mica.
Contro due
chiuse
persiane
fioriscono
degli
oleandri;
ne la
camera i
palissandri
suscitano
de l’idee
strane.
Per i tetti
le
rondinelle
sguisciano
cinguettando;
il
gelsomino un odor
blando
fuma da le
sue stelle.
A le
case
malate la
pioggia
versa il
suo
medicamento.
Mulina
sopra un tacito
convento
una
ventarola roggia.
C’è,
in questa fase
della poesia govoniana, una sorta di coazione a ripetere quasi
all’infinito
certi oggetti fortemente sentiti, pur in un’inevitabile
ricerca di variazioni
sul tema: così per esempio un’altra
«campana», quella «de le
Teresiane», in un
componimento coevo «agucchia i suoi pizzi»
(immagine di primo acchito meno
efficace di quella in apertura del testo riportato sopra, ma che evoca
la
sensazione del suono ritmico di una campanella lontana e attutita,
simile allo
sferruzzare di una merlettaia – paragone che effettivamente
oggi a noi suona
poco familiare). Né si tratta in ogni caso di oggetti
eminentemente “suoi”: le
campane, le rondini, perfino le banderuole agitate dal vento si
ritrovano in
molti altri luoghi della poesia novecentesca, non soltanto di area
crepuscolare, prima e dopo Govoni. “Suo”
è il modo di trattarli:
Dei
febbricosi aster
sbiancati
dentro
l’acqua colore
di tisana
hanno
l’aria di pallidi
malati
afflitti
d’una malattia
strana:
strana e
vaga malattia
simile ad
una domenica
calma
ombrata di
malinconia.
–
festa di nozze con piccola salma.
Dove, fra
l’altro, (siamo nella raccolta più
avanzata cronologicamente Gli
aborti)
l’ingenuità tecnica cui di norma Govoni ama
ricorrere non disdegna soluzioni
raffinate quali le coblas
capfinidas,
anche se la derivazione qui sarà più dannunziana
che medioevale: emblema di una
scelta sintattica lievemente più complessa delle usuali
catene di distici
autosufficienti, accoppiati o meno in quartine. Facciamo un salto
ulteriore
fino a una poesia molto più tarda, da Patria
d’alto volo (1953):
IN TRENO
LUNGO
L’ADRIATICO
Era il
tempo che lungo
il litorale
in mucchi
regolari di
covoni
si
raccoglieva il sale.
Il mare era
una
striscia giallosporca.
Tu raccolta
in un
angolo del sedile,
muta,
covavi nella tua
tristezza
l’allegria
affamata dei
bambini,
mentre il
treno fuggiva
dalla pioggia
coi
mangiatori d’uva ai
finestrini.
Non
è una pessima prova, ma si avverte che il
volatile di un tempo ha le ali inceppate e si accontenta di saltellare
a terra.
Diario, insomma. Manca quella specie di falsetto, di deformazione della
realtà
tipica del primo Govoni, che solo a un occhio distratto può
apparire un
descrittore naturalistico. Una deformazione lirica che nulla ha di
comico o di
provocatorio, alla Palazzeschi. Egli stesso è conscio di
questa alterazione del
reale:
Le campane
di San
Benedetto
suonano
suonano un
allegro doppio.
Ai miei
occhi il più
familiare aspetto
s’esagera
come per
l’oppio…
È
la lezione del Simbolismo: Govoni non è
certo il primo in Italia a recepirla captando onde provenienti dalla
Francia,
ma in lui si avvertono un’adesione totale, un entusiasmo
senza riserve che
appaiono nuovi a questa data fra i compatrioti. Le sue sensazioni tanto
quotidiane quanto intense e amplificate non “raccontano una
storia” come ad
esempio in Pascoli e D’Annunzio: non accompagnano la vita,
sono la vita stessa.
L“io”, quando c’è,
è un paris
inter
pares.
In un vasto
giardino di
via Giovecca
il vento
frivolo
abbraccia una pianta secca,
e
folleggiando con i
suoi diti le toglie
tutti i
suoi rami rotti
e le sue morte foglie.
La dolce
campanella de
le Cappuccine
dice le sue
devozioni
mattutine.
Nel
collegio una bimba
dai tratti confusi
tamburella
con la mano
sui vetri chiusi.
Le grandi
torri del
Castello secolare
indietreggian
ne la
nebbia crepuscolare.
Le nubi
pingui premono
nei loro torchi.
I
marciapiedi sembran
degli specchi sporchi.
Per
l’acquerugiola si
stempera la risma
dei tetti:
dei fanali
àn l’iride del prisma.
Sul
davanzale che si
scorda di Marfisa,
prospera
dentro un vaso
de l’erba luisa.
Tutto,
anche i monumenti di Ferrara, è
retrocesso a prosa, eppure la prosa torna, per la porta di servizio, a
essere
poesia.
La metrica tocca qui i vertici
del minimalismo, ma ciò che può sembrare sciatteria
è innanzi tutto rifiuto della tradizione ottocentesca,
benché la rima sia momentaneamente conservata nella sua forma
più elementare (perfino dove si intravede dell’ironia,
come nell’accoppiata «Marfisa / erba luisa», da
accostare alla più tarda gozzaniana «Nietzsche /
camicie», prevale alla fine l’impressione che Govoni quel
grado zero di poeticità dell’antico davanzale con un vaso
di cedronella l’abbia veramente sentito), mentre nei distici
lunghi balenano forse vaghi ricordi “barbari” intesi come
alternativa alla tradizione più ortodossa. Govoni non è
insomma un eversore a oltranza, e anche quando fa, in qualche modo, la
rivoluzione, cerca il benestare dei carabinieri. Si veda, per esempio,
come nei suoi versi da ninna-nanna affiorino precocemente elementi
portanti della poesia novecentesca quali l’analogia
“spinta”: «Dentro lo specchio, tra giallastre spume /
ritorna a galla il polipo del lume» («Crepuscolo
ferrarese», da Fuochi d’artifizio del
1905).
Era destino
che questo stato di grazia non
potesse durare oltre una breve stagione. Con un bagaglio limitato di
organi di
barberia, fiori recisi, gatti sonnecchiosi nei cortili, reminescenze di
religiosità infantile non si poteva nutrire la produzione
poetica di una vita,
e Govoni non aveva altre risorse su cui fare affidamento (la sua
cultura
superficiale per quanto aggiornata – almeno nel 1903
– forse all’inizio poté
rappresentare un vantaggio, esentandolo da remore accademiche, ma sul
lungo
periodo finì per pesare sempre più in negativo).
Dopo il 1910 la sua
occupazione principale fu affastellare tentativi di “trovare
del nuovo”, senza
mai più riuscire a recuperare, nonostante
cinquant’anni di esperimenti, la voce
degli esordi. Già nelle futuristicheggianti
Poesie
elettriche del 1911 il suo tono
cede all’eloquenza fino a risultare
irriconoscibile:
…
Addio belle
nubi
kleksografiche!
Addio bei
tramonti di
cinabro!
Scricchiolano
sotto i
piedi
i piccoli
obici delle
ghiande
(pensate al
figliuol
prodigo!)
…
A
continuare in Italia,
con strumenti più sofisticati, la lezione del Simbolismo
furono altri. Di lì a
poco Campana, più tardi la pattuglia degli ermetici, che
poteva a quel punto
cogliere alle proprie spalle una tradizione autoctona. Per Govoni a
dire il
vero, a differenza di Campana, riconosciuto precursore, gli ermetici
non
dimostrarono trasporto (Sinisgalli invitò cautamente a
«rendere giustizia al
vecchio Govoni», ma si era già negli anni
Sessanta). Questo silenzio si spiega
peraltro con il fatto che negli anni Trenta, e oltre, Govoni era un
poeta
ancora in piena attività, e tuttavia ripiegato su moduli che
agli ermetici
dovevano apparire totalmente estranei: oggi, da una prospettiva storica
mutata,
possiamo tranquillamente rendere a Cesare quel che è di
Cesare.