LA CHIESA DEI «GRECI» DI KAVAFIS
Una delle doti fondamentali della vera poesia è quella di trasmettere a chi la legge cose
estremamente complesse attraverso dettagli in apparenza minimi, magari un semplice vocabolo
accuratamente scelto e posto in un contesto adeguato. Una ragnatela di rapporti tanto fine
che a volte, come si sa, rischia di rompersi nella traduzione da una lingua all'altra,
necessitando allora di rimandi e spiegazioni per poter essere colta. Questo aspetto è bene a
verlo sempre davanti agli occhi per evitare di cadere nell'errore di considerare poesia la
semplice esternazione immediata di sensazioni o di annotazioni di vissuto.
Osserviamo dunque un esempio di uso del linguaggio che sa andare oltre la mera descrizione
e la cronaca lirico-diaristica, pur servendosi di mezzi limitati e discreti, senza sfoggio
di rari reperti lessicali o di devianze dalla norma grammaticale, che pure avrebbero diritto
di cittadinanza in Parnaso, soprattutto nel Parnaso degli ultimi centocinquant'anni. Si tratta
di una breve poesia di uno dei più grandi poeti in lingua neogreca, Konstantinos Kavafis (1863-1933),
che qui si riporta nella traduzione di Filippo Maria Pontani:
IN CHIESA
Amo la chiesa con i suoi labari, con i suoi
amboni e le sue luci, e le immagini, e i suoi
candelabri, e l'argento dei vassoi.
Com'entro là, nella chiesa dei Greci,
con gl'incensi fragranti, con le sue liturgie
risonanti di voci e d'armonie,
con le parvenze dignitose e pie
dei preti, il ritmo greve di gesti e movimenti,
il fulgore dei lunghi paramenti,
corre la mente all'èra bizantina, alle splendide
glorie di nostra gente.
Kavafis non è un poeta religioso: questa è forse l'unica sua poesia in cui si mostri interessato
al culto grecortodosso, e lo fa con l'occhio dell'artista più che con quello del credente. Ma la
sua non è soltanto voluttà di esteta, la chiesa e i suoi riti rappresentano un punto di riferimento
importante per definire l'identità storica del popolo al quale sente di appartenere, quei greci la
cui storia, dall'epoca classica all'ellenistica alla bizantina, costituisce lo sfondo principale
delle sue poesie. Bisogna a questo punto precisare che Kavafis era nato e vissuto ad Alessandria
d'Egitto, città che era ai suoi tempi una babele di etnie, arabi ovviamente ma anche greci, inglesi,
francesi, italiani (non per nulla in quegli stessi anni vi nasceva e vi passava la prima giovinezza
Ungaretti). La "chiesa dei Greci" era quindi per lui un ausilio indispensabile per non smarrire
l'ubi consistam, il senso di appartenenza a una comunità precisa fra le tante del
melting pot in cui si trovava a vivere.
C'è, per riallacciarsi a quanto detto all'inizio, una spia linguistica a sottolineare queste
circostanze, che purtroppo va persa nella traduzione in italiano come in qualunque altra lingua:
Kavafis definisce inusualmente, con un quasi hapax nella sua opera, questa che è stata tradotta
«chiesa dei Greci» come ekklesìa tòn Grekòn, laddove invece di Grekòi ci saremmo aspettati
Ellìnes (com'è noto, "Greci" è un termine coniato dai latini e utilizzato in seguito dagli altri
popoli per designare quelli che da parte loro si sono sempre definiti orgogliosamente «Elleni»). Insomma,
fa uso di un termine che i suoi connazionali vivono come improprio se non come dispregiativo.
Non si tratta ovviamente di una sbadataggine, ma di una finezza da grande poeta: utilizzando il termine
«Greci» invece del normale Ellìnes il poeta adotta per un attimo il punto di vista altrui,
esprimendo la consapevolezza di vivere in mezzo a popoli ignari, indifferenti e forse perfino ostili
verso la sua storia e la sua cultura, cui fa da contraltare il tempio stesso e i suoi culti che
rimandano alla gloriosa età bizantina, quando Alessandria era una metropoli greca. Basterebbe questo
a fare la differenza tra una poesia e il resoconto entusiasta di un turista che ha visitato una bella chiesa.
Jacopo Panerai |