VIVA LA REVOLUCIÒN (POETICA)!

Una favola moderna a lieto fine, con la poesia protagonista, ci viene raccontata su «La Stampa» (24 giugno 2001, pagina 30): tre giovani scrittori hanno preso alcuni testi di canzoni dei Beatles, dei Pink Floyd e di altri complessi e li hanno «usati come ispirazione [sic] per scriverci sopra testi poetici, usando versi che spaziano dagli endecasillabi agli ottonari, dai sonetti alle terzine dantesche. Il risultato, quando leggono-interpretano i brani, fa accapponare la pelle». Perché i tre suddetti giovani scrittori girano l'Italia in tournée, narra sempre l'articolo, declamando le loro composizioni, con la canzone originale in sottofondo, a platee di altri giovani estasiati.
Ma ecco, continua l'articolista, lo «scandalo» destinato a «scuotere il mondo della poesia italiana»: i «testi poetici» di cui sopra sono stati pubblicati nella gloriosa collana «Bianca» di Einaudi e, miracolo!, «la tiratura iniziale di 3.500 copie, già folle per un libro di poesie, è andata esaurita in due giorni». Fatto ancora più incredibile se si pensa che, cita l'autrice del pezzo (non sarà del tutto irrilevante notare che si tratta della presentatrice televisiva de Il grande fratello e di altre fortunate trasmissioni), «i più grandi poeti del Novecento hanno sempre venduto al massimo 200 copie ai loro amici e colleghi».
Ora, confessiamo di non avere ancora letto il volume einaudiano in questione, e pertanto presupponiamo che si tratti senz'altro di opera eccelsa. D'altronde, è come al solito il mercato a confermarcelo: e bastano ormai due giorni per annusare il capolavoro. La novità dell'avvenimento descritto peraltro ci sfugge. Sono decenni, se non andiamo errati, che gruppi di tre o quattro giovanotti si esibiscono davanti a loro coetanei recitando dei testi accompagnati dalla musica. Alcuni di loro sono poi talmente bravi che i testi se li scrivono addirittura senza andare a spigolare nel repertorio altrui: e non solo li declamano e li stampano (non in libri: in certi dischetti di plastica che costano più di un libro), ma li vendono a milioni di copie, altroché 3500.
Se ci si vuole spingere ancora più indietro nel tempo si troveranno altri illustri precedenti: ad esempio, mentre i poeti dell'Ottocento vendevano le solite duecento copie, o anche meno, migliaia di persone facevano la fila per sentire declamare dei testi che allora si chiamavano libretti d'opera. Tornando ai giorni nostri, ci pare infine di scorgere troppi autoproclamati professori di calcolo infinitesimale pronti a sommare le mele con le pere.