ORA E SEMPRE AUTORIALITÀ
Il repertorio delle banalità correnti sulla poesia non è dopotutto particolarmente vario, e riuscire a dargli
quasi fondo in una paginetta non è un'impresa impossibile. Ci riesce benissimo un articolo («Specchio» de
«La Stampa», 18 agosto 2001, pagina 66) dedicato ai «giovani poeti»
che stanno emergendo nel Parnaso italiano. Certo, «sono migliaia, forse milioni, coloro che scrivono versi,
oggi, e tra questi i giovanissimi sono la maggior parte», «ma, intendiamoci, non sono ragazzi che
buttano giù le solite scemenze sull'amore frustrato», «sono loro il futuro della poesia»
eccetera eccetera, per la gioia di Monsieur de Lapalisse.
Ma eccoli infine questi giovani, o meglio una loro nutrita rappresentanza. Ben quattordici, un plotone. A ciascuno
di essi è riservato uno spazio orizzontale pari a un terzo di pagina. Tale spazio però è a sua volta suddiviso
verticalmente in tre riquadri, uno dedicato a un ritratto fotografico emaciato e ponzante, uno a un curriculum
con note di varia umanità (argomento della tesi di laurea, premi vinti, viaggi compiuti...), e uno infine a un
lacerto di versi, da un minimo di due a un massimo di sei, ottimo metodo, ognuno vede, per farsi un'idea seria
e circostanziata delle qualità dei nuovi talenti.
Comunque sia, l'autore o gli autori di questa singolare silloge hanno svelato indirettamente molto sulla loro
concezione della poesia. Conta innanzi tutto (due a uno) far sapere chi si è e che si è molto bravi (a costo
di dirselo da soli): i versi sono un di più che va a margine, basta un accenno simbolico, tanto nessuno ha voglia
e tempo di leggerseli.
Giovani di belle speranze, attenzione: chi ama la poesia parla di poesia e fa parlare la poesia, chi ama fare
la ruota parla innanzi tutto di nomi, consorterie, riconoscimenti, copie (in)vendute e roba simile. Voi cosa
volete scegliere, cosa volete diventare? Se amate veramente la poesia, badate, rischiate di perderla in cambio
di una foto su una rivista.
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