IL RISTORANTE SI È TRASFERITO

Fa piacere che su riviste e giornali ad ampia tiratura si parli ancora di scrittori d'oggi, specie se si tratta di novizi al loro primo tentativo. Il pensiero gentile è venuto a "Sette", magazine del "Corriere della Sera", che il 21 novembre 2002 ha dedicato ampio spazio (pp. 106-112) e perfino la copertina al romanzo d'esordio di Giorgio Faletti, da tutti ricordato come bravo cabarettista nonché cantante rap. In copertina l'emulo di Thomas Mann siede a un tavolo di salotto, penna (biro) in mano e foglio bianco davanti, accanto una copia del suo libro, sguardo perso nel vuoto. Sotto, un titolo impegnativo: «Non ci crederete ma oggi quest'uomo è il più grande scrittore italiano».
Non entriamo nel merito, non essendo questa una rubrica di recensioni, ma Faletti può essere senz'altro considerato un ottimo esempio di nuovo scrittore "ufficiale", su questo non c'è dubbio. Prima di tutto, è già famoso per conto suo, il che bene o male significa essere o essere stati un personaggio televisivo. Il neofita ignoto che si presentasse in una casa editrice con un manoscritto analogo sotto il braccio difficilmente sarebbe ammesso alla presenza dell'usciere, quale che sia la bontà del suo lavoro (nota a margine per gli aspiranti autori: questo non è supponente snobismo, è solo che un nome noto fornisce più garanzie di vendita).
In secondo luogo, l'elemento di maggior spicco nella sua opera è certamente l'intreccio rocambolesco, qui anche un po' grandguignolesco: al centro della trama - citiamo dall'articolo di cui sopra - c'è un serial killer che a Montecarlo scuoia il volto delle sue vittime per farne maschere e sfida gli inquirenti mediante dediche a una radio, canzoni celebri dentro le quali è nascosto come un indovinello il riferimento al prossimo omicidio. Intorno si agitano un poliziotto con moglie nevrotica, un ex agente dell'Fbi in crisi, un ragazzo ritardato le cui eccezionali facoltà mnemoniche aiuteranno le indagini, la figlia di un generale... Non stonerebbe, dopotutto, uno psichiatra cannibale, o forse c'è, ai lettori l'ardua sentenza.
Prima considerazione: tanta critica ha scordato, o non ha mai conosciuto, la differenza che intercorre tra un pittore e un fine caricaturista. Seconda considerazione: la letteratura oggi assomiglia a uno di quei ristorantini che si sono trasferiti altrove e sono stati rimpiazzati da un fast food, dove qualche vecchio avventore distratto continua pranzare senza accorgersi del cambio di insegna e di clientela. Salvo poi brontolare (non è questo il caso): «Eh, certo che qui il servizio non è più quello di una volta...».