DICO POESIA, PENSO SANREMO

Primo articolo («La Stampa», 4 gennaio 2003, p. 24), una giaculatoria sul fatto che oggi alla poesia i più preferiscano la musica leggera («La moneta cattiva continua a cacciare la buona e l'enfasi del nostro tempo attorno alla canzone si spreca sempre più», «Fabrizio De André ha più monografie di Eugenio Montale», «Al posto di Giuseppe Conte e Salvatore Sciarrino, per dirne due davvero bravi, si propone il cantautore di turno che riassume entrambi al livello più basso»...). Secondo articolo («Corriere della Sera», 17 gennaio 2003, p. 35), un po' più déjà vu, una geremiade sullo scarso smercio di titoli poetici, al solito senza nemmeno porsi il problema della loro qualità («Un esercito di persone scrive poesie, ma solo uno sparuto drappello le legge», «Per quanto le grandi come le piccole case editrici abbiano fatto molto per allargare il mercato, più di tanto non si è riusciti», la poesia «avrebbe bisogno di una diversa visibilità e di un altro modo di entrare in contatto con la gente»).
Prendendo atto che la canzonetta e il bestseller stanno entrando, con sempre maggior prepotenza, come termini di confronto diretto anche nella testa di tanti che affermano di occuparsi di poesia, possiamo senz'altro comprendere la frustrazione di chi vede la "carriera" di poeta defraudata del piacere di autografare copie, o degli applausi nei varietà televisivi del sabato sera: e attendiamo pensose considerazioni sul fatto che da noi siano oggetto di compravendita molte più pizze quattro stagioni che non volumi della collana Lo Specchio, o che si anteponga il derby Milan-Inter alle discussioni sul ritorno della metrica tradizionale.
Ma, insomma, non viene proprio in mente che bisogna ragionare per categorie almeno vagamente similari? Per esempio, quanti volumi di classici greci e latini si vendono annualmente in Italia? E soprattutto: mettere in competizione i classici oxoniensi con le canzoni di Sanremo o i romanzi di Harry Potter sarebbe davvero rendergli un buon servizio?