BUSSATE, E NON VI SARÀ APERTO
Ma che fine fanno i romanzi (poco peraltro cambierebbe se ci si riferisse alle raccolte di poesie) che vengono
inviati a tonnellate agli editori italiani? Di solito capita di leggere risposte di addetti ai lavori vagamente
possibiliste, 'è difficile però... uno su mille ce la fa... c'è sempre interesse per le nuove leve...' ecc. Forse
perché non è un'addetta ai lavori ma una sociologa, Silvia Pertempi (intervistata su «La Stampa», 19 febbraio 2004,
p. 27) sembra esprimersi un po' più fuori dai denti, anche se con grande cautela (par di capire che gli editori
comunque li bazzica). E dopo aver studiato, grazie alla benevola concessione di un editore, le "giacenze" di inediti
presso le sue cantine, ha tratto una serie di conclusioni. Quelle sulla psicologia di chi scrive e invia romanzi sono
in parte conferme di fatti intuitivi (abbondanza di mitomani convinti di essere i nuovi Kafka, ansia di riscatto
sociale attraverso la pubblicazione...), in parte sfatano luoghi comuni (anche gli scrittori pubblicabilissimi non
hanno nessuna speranza «dal momento che né le cose buone né quelle indecenti verranno visionate dall'editore»).
È il mercato, naturalmente: «Non esiste soluzione, si tratta di un conflitto non sanabile. I piccoli e medi editori
italiani, oggi, sono molto colti, ambiziosi, severi, ci tengono a mettere in catalogo lavori di qualità alta,
prediligono stranieri già noti, sensibilità diverse... Tra loro e le migliaia di italiani che inviano manoscritti
non c'è nessuna possibilità di incontro». Editori esterofili, stranieri più bravi? Diciamo pure che all'estero, dove
fra l'altro la tradizione umanistica è un po' meno radicata, si è fatta prima strada la scrittura di consumo che crea
e monta i libri sotto la supervisione del marketing per esaurire la tiratura in tre settimane. E per ora ne siamo più
consumatori che produttori. (Notiamo a margine che la questione non è tanto il mercimonio delle opere letterarie,
Musil e Thomas Mann hanno giustamente arricchito più di un editore, soltanto non si pretendeva esaurissero le tirature
in tre settimane,
la differenza è tutta qui.)
Sta comunque finalmente prendendo piede la consapevolezza che nel corso dei vent'anni passati si è consumato poco per
volta il divorzio fra la letteratura e l'editoria, divenute due monadi non comunicanti? Chi verga pagine (buone o
cattive) di notte o all'alba, confrontandosi con il proprio vissuto e con una tradizione, va ormai incontro alle
stesse reazioni spedendo i suoi manoscritti a un salumificio, a un'industria farmaceutica e a una casa editrice.
L'editoria, si capisce, non ama sbandierarlo troppo esplicitamente, ma la sostanza è questa. Probabilmente comincia
a delinearsi faticosamente una nuova era. La letteratura ha prosperato per millenni prima di Gutenberg, e può forse
vivere anche senza l'editoria.
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