ORECCHIO DA MERCANTE

Un assunto erroneo volteggia sopra questa recensione a una raccolta di saggi di Giovanni Raboni, firmata da Maurizio Cucchi («ttL tuttolibri», supplemento de «La Stampa» del 24 settembre 2005, p. 3): quello che i poeti abbiano le carte in regola per essere anche ottimi e imparziali critici. Al contrario, com'è noto, i poeti possono sì rivelarsi in certi casi attenti interpreti, ma hanno comunque la tendenza incoercibile a parlare di se stessi (e della propria concezione di poesia) anche quando si occupano dei colleghi, circostanza che deve spingere a una qualche cautela il lettore non ingenuo.
Della scarsa affidabilità di Raboni come critico del resto Cucchi stesso ci offre involontariamente ampia conferma citando questo brano dal volume recensito: «È a Montale, al poeta delle Occasioni, che dobbiamo se la poesia italiana dell'ultimo mezzo secolo è stata, nel suo insieme, una poesia non evasiva, non impressionistica, non evaporata né evaporante, ma una poesia ricca di pensiero e di senso, sostanzialmente laica e 'civile'». Ora, che la poesia italiana dell'ultimo mezzo secolo sia, più che "evaporata", del tutto inesistente, è cosa fin troppo chiara a chi voglia vederla (né si capisce perché si dovrebbe darne merito o demerito proprio a Montale, neanche fosse una sorta di nume indigete). Ma naturalmente, e qui si ritorna a quanto dicevamo prima, non si può pretendere che a constatarlo sia proprio uno dei suoi riconosciuti protagonisti.
Simpatica invece l'attribuzione a Raboni di una «sensibilità letteraria pressoché infallibile», di un «orecchio assoluto», come direbbero i musicisti, «nei confronti della parola poetica»: anche se a leggere l'elenco degli autori cui il commemorato dichiarava la propria «piena stima» (Saba, Tessa, Rebora...) vien più da pensare a un orecchio atonale. Resterebbe da stabilire come mai, se Raboni era stato effettivamente dotato dalla Natura di un simile dono, abbia rinunciato ad applicarlo su di sé.