TU NON PENSAVI CH'IO LOICO NON FOSSI...
Continuando, sulla scia dell'articolo precedente, nella ricerca di punti di contatto tra la sfera
"umanistica" e quella "scientifica", mi sono imbattuto, sempre in Rete, in una singolare
«Intervista a Dante Alighieri»
del matematico e professore di logica matematica Piergiorgio Odifreddi (un'intervista a Dante, presumo
la stessa, si trova anche, leggo, nel libro di Odifreddi
Il matematico impertinente).
Sull'autore i giudizi entusiasti in Rete non mancano: una mente brillantissima, senza preconcetti
né peli sulla lingua, impeccabile nel demolire mitologie e pseudoverità sul filo di una razionalità
ferrea... Quali meraviglie mai viste ci svelerà sull'opera dantesca questo spirito libero, mi son
subito chiesto? O forse ci dimostrerà geometricamente che da settecento anni l'umanità si sbaglia?
L'inizio non è, obiettivamente, dei più felici. Secondo il cappello introduttivo all'intervista, in
effetti, Dante «visse per tutta la vita in preda a due ossessioni maniacali: l'amore sentimentale per
Beatrice Portinari ... e l'odio politico verso i ghibellini fiorentini, che lo esiliarono quand'egli
aveva ventisette anni». L'amico Bulfaretti a questo punto parlerebbe non tanto di prima porta dello
slalom inforcata, ma direttamente spianata con il gatto delle nevi: com'è noto, Dante non fu esiliato
dai ghibellini ma dai guelfi neri, né aveva allora ventisette anni ma (suppergiù, dato che non conosciamo
la sua data esatta di nascita) trentasette. Queste possono essere anche considerate pedanterie filologiche,
addirittura matematiche, però se si ha la pretesa, come Odifreddi, di liquidare qualcuno con una seduta
lampo di psicanalisi per principianti («Nella migliore tradizione della sublimazione, Dante trasfigurò
le sue turbe mentali in opere moraleggianti e religiose»), l'anamnesi del paziente andrebbe conosciuta
perlomeno a grandi linee.
Ma andiamo avanti. Quale giudizio dà Odifreddi, sempre nel breve cappello, delle opere dantesche? Questo:
«Il loro contenuto è oggi anacronistico, ma la loro forma rimane l'insuperata vetta della letteratura
italiana». Cioè ritiene che un'opera poetica, o un testo qualsiasi, sia come una cassetta di frutta
dove si possa separare la tara dal peso netto, qui mettiamo la forma, lì il contenuto, e buttiamo quel
che non ci serve? Evidentemente non c'è contenuto senza una forma né forma senza un contenuto, né una
delle due può sussistere senza l'altra: parlare di una "forma" che funziona artisticamente al di là del
"contenuto" è come ipotizzare un corpo che se ne vada a passeggio senza la testa. Ma che vorrà poi mai
dire «contenuto anacronistico»? Che Dante non conosceva la teoria della relatività? E la "forma" di Dante
non è allora anch'essa anacronistica? Odifreddi scriverebbe in terzine?
Dopo questa regressione di almeno un secolo e mezzo nella storia del pensiero estetico e linguistico,
l'intervistatore ci informa che la
Commedia è «infantile», «con tutte quelle storielle e quei
personaggi da fumetti che popolano tutte e tre le sue cantiche». Riassumendo, Dante era (A) affetto
da manie nel campo affettivo e politico (B) portato a sublimare queste turbe con noiose elucubrazioni
religiose e moraleggianti (C) infantile (D) fumettesco. Doveva perciò essere anche schizofrenico, con
più personalità in totale contrasto fra loro.
Insomma, il cumulo delle stupidaggini è tale, nel giro di poche righe (ancora una e poi basta: Petrarca
citato tra i «commentatori letterati» di Dante... Possiamo garantire a Odifreddi che Petrarca non si
sognò mai di commentare Dante, anzi si vantava pubblicamente di non averlo mai letto), da non far dubitare
che il nostro logico stia sproloquiando a vanvera di argomenti non conosciuti nemmeno superficialmente.
Tanto vale proseguire nel gioco, mentre Odifreddi apostrofa così l'intervistato: «Sono cambiati i tempi,
e forse oggi della sua poesia ci interessano aspetti che magari a lei apparivano secondari». Quali aspetti?
Cose da perderci il sonno, ci viene testé chiarito: come Dante mutui dalle opere di Aristotele un teorema
di Euclide e uno di Talete, come non conoscesse Archimede, il diametro di Malebolge calcolato da Galileo...
Curiosità che peraltro Odifreddi pesca, senza dirlo, dall'interessante
Più che 'l doppiar de gli scacchi
s'inmilla di Bruno D'Amore. L'intervistatore a questo punto è a suo agio nell'elemento in cui si sente
ferrato, ossia i numeri (ma c'era proprio bisogno di scomodare Dante? Non bastava l'elenco del telefono?),
e va avanti così per un paio di pagine, banaleggiando e trasmettendo l'impressione imbarazzante di un
turista che cerchi di girare per Firenze con la cartina di Milano.
Resta la preoccupazione per una trasformazione culturale (se così si può definire) drammaticamente in atto:
andiamo verso una classe intellettuale di semianalfabeti eruditissimi nel loro campicello e incapaci
perfino di rendersi conto di non sapere un'acca di tutto quello che si stende al di fuori (ma qui, forse,
esistono ancora alcune differenze tra "umanisti" e "scienziati"...)?