A CHE PRO IL CARTEGGIO EUSEBIO-CLIZIA?

Il professor De Sanctis non aveva del tutto ragione a dichiarare che "si uccide" la Silvia leopardiana identificandola con la figlia di un cocchiere: non è infatti indifferente alla comprensione di quei versi sapere che adombrano un amore reale anche se platonico, furtivo e impossibile per le differenze di casta. Ma se Giacomo Leopardi e Teresa Fattorini ci avessero lasciato i verbali dettagliati, giorno per giorno, della loro relazione, sarebbe una fortuna o una calamità per «A Silvia»?
Di un'altra love story all'origine di un ingente lascito poetico una casa editrice di Segrate pubblica ora, con l'intervento di ben tre curatori, il regesto documentario («Corriere della Sera», 27 aprile 2006, p. 39; «ttl», supplemento de «La Stampa», 29 aprile 2006, p. 2), 155 lettere di Eusebio-Eugenio Montale a Clizia-Irma Brandeis, la studiosa americana amata negli anni Trenta. Mancano le repliche di Clizia, distrutte da Montale, a riprova che i poeti sono attenti a lasciar trapelare dei fatti propri solo quanto è funzionale alla loro poesia.
È assai probabile che, data la natura dei due corrispondenti, i messaggi contengano notizie interessanti per chi lavori a ricostruire, ad esempio, l'ambiente culturale fiorentino o newyorkese tra le due guerre: un pubblico però troppo ristretto per il marketing, che infatti, oltre a insufflare succosi particolari quali ménages à trois, e anche à quatre, almeno epistolari, assicura con scarsa fantasia aggettivale che questa è «una grande officina linguistica», «la grande sinopia di molti versi degli anni a venire» («La Stampa»), e che «l'evento è eccezionale» («Corriere della Sera»). A leggere i saggi riportati sembra a dire il vero di avere a che fare con normali biglietti di innamorato, nella fattispecie lontano e dubbioso, pieni di "ti penso", "mi pensi?", "ti adoro", con qualche paroletta inglese qua e là.
Il marketing qui si impossessa ai propri fini di un curioso pregiudizio: quello che il poeta, soprattutto se grande, sia tale a tempo pieno, ventiquattr'ore su ventiquattro, con la mente protesa in ogni occasione ai versi che ne tirerà fuori. È vero piuttosto il contrario: si può non essere poeti perfino quando si scrivono poesie. Dice Montale a Clizia («La primavera hitleriana»): «[...]e gli eliotropi nati / dalle tue mani - tutto arso e succhiato / da un polline che stride come il fuoco / e ha punte di sinibbio...».