L'ETERNO RITORNO

Pensavamo che i conti fossero chiusi già da qualche anno, e invece no: ancora inediti di Montale. «La quinta stagione», li definisce il «Corriere della Sera» (8 settembre 2006, p. 53), facendo per associazione d'idee venire in mente il "quinto quarto" della cucina romana ricordatoci tempo fa dall'amico Nardini. Da qualche misterioso cassetto o cilindro è dunque uscito un altro fascio di poesie - la più antica è del 1963 - assemblate e battezzate da un team di due curatori (di recente, per centocinquanta lettere sempre di Montale hanno dovuto mettersi in tre: perché tanta folla? Un tempo bastava un solo studioso per l'edizione critica della Divina Commedia).
C'è da chiedersi che cosa accadrebbe a un poeta ignoto che si presentasse con testi simili davanti a un editore o ai professori-curatori: certo a essere fortunato, e a trovarli di buon umore, si buscherebbe una risata in faccia. Il giorno dopo, ad ogni modo, sullo stesso giornale, un altro articolo a tutta pagina, dedicato all'uscita del Meridiano di Giovanni Raboni. «L'ultimo dei classici» [sic] è stavolta la definizione, che sembra sottintendere un hic sunt leones posteriore.
C'è un filo, neanche tanto sottile, che lega le due notizie? Intanto si soffermano entrambe su un periodo, compreso all'incirca fra il 1960 e il 1980, che coincide con la «quinta stagione» montaliana e con il floruit raboniano. Non si tratta di una semplice coincidenza: quando si parla di poesia i giornali finiscono quasi immancabilmente in quei paraggi, che sembrano essere sempre attuali, nonostante i decenni trascorsi, e nonostante si tratti manifestamente di una delle epoche più depresse nella storia della poesia italiana. Come mai?
Montale è stato uno degli ultimi poeti "consacrati" d'Italia: per capirci, uno di quelli che non sarebbe stato del tutto un Carneade neppure per l'uomo della strada. Raboni non ha conosciuto un'analoga apoteosi, ma ha fatto comunque in tempo a prendere l'ultimo metrò della poesia "ufficiale" (il secondo articolista ha, può darsi, in mente questo quando parla di «ultimo dei classici»), e pertanto si è radicato almeno nella cerchia degli addetti ai lavori. Dunque occuparsi di poeti come Montale e Raboni significa ottenere attenzione, curatele, spazi sulle terze pagine dei giornali, che nella vita possono fare comodo. Occuparsi di quanto è avvenuto dopo, in un mondo rapidamente mutato, significa al contrario discendere nelle catacombe, sporcarsi di fango, rovistare nella spazzatura mentre, se anche si trovasse la nuova «A Silvia», non se ricaverebbe molto più di un'intima soddisfazione, dato che nessun editore e nessun quotidiano mostrerebbe interesse per questo fatto. Ecco il motivo per cui gli orologi della critica sono ancora fermi al 1980.