EXEGI MONUMENTUM AERE PERENNIUS

I mezzi di comunicazione hanno ormai l'abitudine di propinarci, per pressappochismo o per altri fini trasversali, notizie assolutamente improbabili. Per restare a questi giorni tra 2006 e 2007, abbiamo ad esempio appreso 1) che un noto uomo politico avrebbe praticato per otto giorni di fila uno "sciopero della fame e della sete" (chissà se il benemerito Cicap indaga...), 2) che una coppia di starlet avrebbe celebrato in Thailandia le proprie nozze "secondo il rito buddista" (rito che, come ben sa chi abbia una minima infarinatura di storia delle religioni, non esiste affatto). Questo per dire che da balle sparate ad arte siamo letteralmente assediati. Del resto oltre che balle sono bolle che durano lo spazio di un mattino, il giorno dopo sono già dimenticate e sostituite da altro, perché non sappiamo più riconoscere le cose che contano davvero, che sono destinate a durare nel tempo.
È una balla sicuramente anche la cornice della notizia riferita da diversi giornali il 7 gennaio 2007 (vedi ad esempio «La Stampa», p. 19): un quindicenne romano avrebbe scritto al «Financial Times» chiedendo «a che serve studiare il latino? Non sarebbe meglio, eventualmente, studiare altre lingue moderne, come il cinese?», ricevendone una lunga e illuminante risposta. E perché mai, di grazia, un ragazzino italiano dovrebbe presumere che a un giornale economico britannico possa importare qualcosa dei suoi sfoghi contro le lingue morte? Ma anche le notizie false, o innescate da pretesti inverosimili, rivelano molte cose interessanti.
Intanto, i furbi inglesi spiegano perché in Italia si persista nella folle impresa di insegnare l'obsoleto latino: i docenti di tale lingua hanno costituito una lobby e lottano per conservare il proprio posto di lavoro. Candore anglosassone! Come se in Italia mancasse la fantasia per riciclare qualche migliaio di insegnanti di latino disoccupati! E che ci vorrebbe a spostarli a insegnare altro ovvero, alla peggio, a "metterli a disposizione" dei Csa a zero ore e stipendio intero? Ecco però un'altra irresistibile bordata contro la lingua di Cicerone: «Anche nei più eleganti contesti sociali il latino è sempre meno sfoggio di erudizione e sempre più una dimostrazione di una gioventù sprecata...». Oh bella! Si va a scuola per imparare a essere brillanti in società? Gli istituti di ogni ordine e grado allora allestiscano d'urgenza corsi per sommelier e barzellettieri. Il giornale poi continua spiegando che il cinese, rispetto al latino, «sarebbe altrettanto efficace come esercizio mentale e offre il vantaggio supplementare che consente almeno di parlare con qualcuno che non sia il papa». Bene, la scuola deve insegnare anche un'altra cosa oltre che a fare bella figura in pubblico: a scambiare due chiacchiere con i cinesi. Ma se poi scopro che con i cinesi non ho niente da dire, che faccio? Ho buttato via i miei studi?
Si spera insomma che le analisi che questo giornale dispensa a chi intende investire i propri risparmi siano di grana un po' più fina di questi spropositi... Un fondo di verità comunque in questo singolare elogio dell'ignoranza lo si può trovare: è sbagliato in effetti insegnare il latino come una qualsiasi lingua. Il latino è, prima di tutto, una letteratura, ma a chi lo studia vengono fatte ingurgitare dosi massicce di grammatica, mentre di testi se ne leggono assai pochi, e anche quei pochi sono alla fine, spesso, un pretesto per chiedere regole e paradigmi. I dubbi e le crisi di rigetto in questo modo sono inevitabili.
Leggere i testi? Ma se ci sono le traduzioni!, obietterebbe a questo punto il «Financial». Già, e perché perdere tempo a studiare il cinese? Basta chiamare un interprete!