MISCERE INUTILE DULCI

«Penso che non credere nell'utilità trascendentale della letteratura sia un atto di profonda coscienza. Bisogna saper scrivere accanto alla propria consapevolezza di vacuità». La risposta perentoria che la letteratura non serve a niente è un ottimo ripiego per smarcarsi dalla relativa domanda, che può venire in mente solo a chi di letteratura non capisca nulla: pare che tuttavia Alessandro Piperno, romanziere e saggista emergente, non la consideri solo una ciambella di salvataggio, e ci abbia anzi imbastito sopra motu proprio un intervento alla Palazzina Liberty di Milano («Corriere della Sera - Lombardia», 30 aprile 2007, pagina 9), suscitando le repliche di molti colleghi.
Strano che l'interrogativo se ciò che fanno sia utile o inutile (intanto però bisognerebbe chiarire il senso di queste parole, tutt'altro che pacifico) stia angustiando proprio i romanzieri, che hanno centinaia di migliaia, talvolta milioni di lettori, ossia un impatto diretto e immediato sulla società. I poeti, che non legge quasi nessuno e cominciano ad avere piccole schiere di ammiratori di solito dopo decenni, hanno invece da tempo risposto brillantemente al quesito. Da parchi adoratori delle bibliografie ci limitiamo a ricordare una conferenza che Gottfried Benn tenne nel 1955, dal titolo Deve la poesia migliorare la vita?
Complimenti, comunque, caro Piperno: lei si è inserito in un filone particolarmente prolifico, dove non rischia di rimanere a secco di argomenti. Ecco alcuni esempi di profonde questioni con le quali ci potrà deliziare prossimamente: la letteratura diviene immorale se tratta di argomenti immorali? La letteratura deve trattare di cose veramente accadute oppure no? Se accettiamo il secondo caso, dovremo dire che la letteratura racconta il falso? E al principe lo scrittore deve dire la verità o è meglio edulcorargliela? Quest'ultima domanda è di particolare attualità, le segnaliamo, da quando i liberi Comuni sono andati trasformandosi in signorie.