FOSCOLO? NON VOLEVA BENE AI POVERI

Una notizia buona e una cattiva (o meno buona): quella buona è che, come si può evincere anche dalle puntate precedenti, si sta ricominciando a interrogarsi sul significato e sul ruolo della letteratura. La meno buona sta nel fatto che questi interrogativi sono confusi, disorientati, pressapochisti, come avviene al risveglio da un lungo sonno.
Parte bene ad esempio Paola Mastrocola (voce nuova della riflessione culturale nostrana già incontrata in precedenza: cfr. Ritornare a Tasso?) a proposito delle tesi di don Lorenzo Milani, delle quali riporta qualche luminoso saggio («La Stampa», 17 maggio 2007, p. 43): secondo il priore di Barbiana, incomprensibilmente esaltato per decenni come guru della riforma scolastica, non bisognava più studiare Foscolo, che usa parole difficili «perché non voleva bene ai poveri», non bisognava più studiare l'Eneide «perché è scritta in una lingua nata morta», non bisognava più studiare l'Iliade nella traduzione del Monti, perché «il Monti chi è? Uno che ha qualcosa da dirci? Uno che parla la lingua che occorre a noi?». Come sottolinea Mastrocola in un colloquio immaginario con lo stesso don Milani, «la scuola di oggi è esattamente la scuola che voleva lei quarant'anni fa. Ma ci chiediamo se non sia per questo che non funziona più tanto»; «è proprio la finta democrazia del dumbing down [...] a creare diseguaglianza sociale, privilegiando i ricchi ben forniti di denaro e relazioni utili, e togliendo ai poveri la loro unica arma possibile: un'istruzione alta».
Nei campi della pedagogia e della sociologia Mastrocola si muove indubbiamente con destrezza. Convince meno quando si avvicina alla letteratura: «L'Iliade del Monti è infinitamente più bella di tutte le versioni piatte e prosaiche che noi [...] ci siamo inventati per rendere Omero a portata di tutti: e i ragazzi lo sanno; tra un pezzo del Monti e un pezzo del traduttore postmoderno non hanno dubbi, scelgono il Monti [forse un po' troppo ottimistico, ndr]», «Solo la fatica di spaccarsi la testa su un libro difficile renderà i nostri giovani culturalmente forti, e quindi preparati ad affrontare la vita e il lavoro. E solo la bellezza (delle parole del Monti) li convincerà che vale la pena di farla, quella fatica».
Ora, il fondamento delle argomentazioni di don Milani è di tipo utilitaristico: la cultura che si studia a scuola deve "servire" a qualcosa di concreto non appena messi i piedi fuori. Mastrocola (e qui è evidente come un certo modo di concepire il mondo appartenga a un preciso Zeitgeist forse in crisi ma tutt'altro che tramontato) ragiona nonostante tutto in un modo molto simile: solo, cerca di dimostrare, a dire il vero un po' sofisticamente, che anche la tanto deprecata "vecchia" cultura, Foscolo, Virgilio e Monti, "serve" a riuscire nella vita. È un discorso pericoloso, perché espone a un controragionamento di indubbia efficacia: va bene, don Milani, ingenuo prete di campagna, esagerava a dire che a scuola bisogna insegnare il contratto dei metalmeccanici, ma perché incaponirsi proprio su Monti e compagnia? Studiamo - diligentemente, "spaccandoci" le teste sopra - altre cose, studiamo l'inglese, studiamo l'informatica, studiamo magari il cinese, come raccomandava di recente un autorevole giornale anglosassone (Exegi monumentum aere perennius). Mastrocola parla anche di «bellezza», ma la subordina sempre a un fine utilitaristico: "serve" a convincere i giovani che vale la pena di studiare.
Su questa strada non si va molto lontano: se si vuole fare qualche passo in più, bisogna cominciare a chiedersi chi siamo, e che cosa ci fa essere davvero ciò che siamo (solo un bel lavoro? Solo l'essere "scafati" nella vita?). Strano che proprio preti e romanzieri si mostrino poco incuriositi da queste domande.