PAPPAGALLI ALLARMATI
Repetita iuvant, sì, d'accordo. Però la carne è triste a udire ancora un ritornello che, oltre a essere
stantio, è per giunta di una banalità sesquipedale, anche se chi lo riprende pare convinto ogni volta di denunciare
uno scandalo che grida vendetta. Basta il titolo di un articolo apparso sul "Corriere della Sera" del 12 giugno
2007, pagina 46: «Gli italiani e la poesia: uno legge, mille scrivono». Un fatto che, non pago, l'estensore del
pezzo definisce «allarmante».
Già, che ne sarà di noi, viene da chiedersi con apprensione. I novecentonovantanove semianalfabeti sciameranno
armi in pugno a mettere a ferro e fuoco le biblioteche? Ma vediamo di analizzare razionalmente l'affermazione,
dandone per scontata l'esattezza (in genere, in realtà, chi scrive ha letto qualcosa, fosse solo qualche poesia
sull'antologia di scuola).
Intanto, i mille che scrivono poesie sono un'entità omogenea, almeno per intenzioni e aspirazioni? Se definiamo
"pittori" tutti coloro che nella vita hanno impugnato un pastello e schizzato un'immagine, scopriremo allarmati
che solo un pittore su mille frequenta le mostre e i musei. Oppure, per capirci meglio, spostiamoci in un altro
ambito. Quante persone in Italia possiedono una laurea scientifica? E quante, invece, fanno ricerca? L'uno per
mille, suppergiù: e abbiamo escluso quelli che hanno solo la terza media, compresi invece nel computo dei poeti.
Nessuno avrà problemi in questo caso a dire che la ricerca è riservata a persone dotate di particolari capacità,
e allo stesso modo nessuno stigmatizzerebbe un medico o un professore di fisica perché non sono abbonati a
«Nature» e non frequentano un laboratorio. Perché al contrario considerare un reprobo un facitore di versi che
non si senta attratto dal variopinto mondo della poesia contemporanea? E questo variopinto mondo, last not
least, è davvero sempre così carico di interesse e di attrattive?
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