COSA VOGLIONO GLI SCRITTORI

Giratelo e rigiratelo come volete, il paginone di Alessandro Piperno su Saul Bellow («Corriere della Sera», 13 ottobre 2008, p. 29): alla fine ritorna sempre sullo stesso tema. Si esordisce con «il desiderio di farcela che animò Saul Bellow per tutta la vita. E quando dico "farcela" intendo, a scanso di ipocrisie, "avere successo": quel successo che i letterati europei guardano con sufficienza (salvo poi starsene a spettegolare sull'anticipo ottenuto e a fantasticare sul Nobel da vincere)»; «non vi intratterrei con queste facezie biografiche se non fossi convinto che tale questione del successo o dell'insuccesso, calata in un contesto competitivo come quello americano, abbia un'importanza capitale nell'opera di Bellow, e che proprio per via della fortuna commerciale di Herzog acquisti rilevanza ulteriore»; «il successo di pubblico cambia anche le esigenze di scrittore».
Non c'è rosa senza spine, naturalmente: il successo può anche «rivelarsi una disgrazia. Soprattutto se non hai studiato da uomo ricco e famoso ma più che altro in polverose biblioteche». Meglio l'oscurità, allora? No. Alla fine, Piperno ci regala questa perla di saggezza: «Sapete, negli ultimi anni, mi sono più volte imbattuto in scrittori di immenso successo e in altri di non meno irredimibile insuccesso. Non me ne ricordo uno che non fosse sull'orlo di un collasso emotivo. L'eccesso di esposizione aveva fatto impazzire i primi non meno di quanto l'invisibilità avesse annichilito i secondi» (l'ansia stronca insomma tanto chi non raggiunge quanto chi raggiunge il successo: ma forse questa pensosa notazione che "i soldi non fanno la felicità" ha solo la funzione di sfumare l'elogio del mercato editoriale, che altrimenti rischierebbe di essere troppo smaccato).
In medio stat virtus, verrebbe voglia di rispondere a Piperno: non essere totalmente ignorati o spernacchiati, ma nemmeno tarantolati da smanie di divismo o trasformati in piccole multinazionali. Tuttavia, a quanto sembra, nel mondo della letteratura contemporanea tertium non datur.