PERCHÉ I POETI HANNO PERSO
Una domanda ben formulata, si dice, contiene già la sua risposta. Qualche volta, per misteriose alchimie,
la contiene anche una domanda formulata male. Paolo Di Stefano («Corriere della Sera», 3 febbraio 2009, p. 36)
si chiede: «A chi parlano, oggi, i poeti? A nessuno. Semplicemente perché i poeti non esistono più, e se
esistono è come se non esistessero: non trovano udienza se non (qualche volta) presso se stessi, dunque è come
se non esistessero». Affermazione incontestabile, anche se non di sconvolgente novità.
Continua Di Stefano: «Effetto collaterale inevitabile: oggi i poeti non contano niente (perfino la critica
e l'editoria se ne disinteressano quasi), mentre fino a qualche decennio fa erano maestri non solo di poesia
ma anche di morale e di politica, intervenivano, scrivevano sui giornali, venivano ascoltati e accolti con
un certo rispetto: Pasolini, Luzi, Bertolucci, Sereni, Caproni, Fortini...». Ma per fortuna, si avvia alla
conclusione del suo pezzo Di Stefano, c'è ancora qualcuno che tiene alta la bandiera, e cita per esempio
«un'intervista a Zanzotto che fa venire una certa nostalgia del tempo in cui i poeti - al pari di politici,
politologi, storici, sociologi, psicologi, giornalisti, economisti e scienziati - dicevano pubblicamente la
loro sul mondo». Zanzotto «Parla della natura distrutta. Sentite come: "Direi che l'essere umano, preso in
questa macchina più o meno inventata da lui stesso, perde ogni giorno il senso della realtà, e pensa a lucrare
anche sul proprio funerale". Non è male che un poeta difenda il senso della realtà. Aggiungendo: "Se si fosse
conservata la memoria che il progresso scientifico e tecnico era frutto della civiltà umanistica sbocciato da
esso come sviluppo razionale e rigore etico, non si sarebbe giunti a un tale sfacelo..."».
Ecco, Di Stefano si è fatto una domanda e si è dato, probabilmente senza rendersene conto, la risposta:
i poeti hanno perso perché si sono messi a chiacchierare d'altro (anche in versi) invece di fare poesia.
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