CIAO ALDA
Fra le commemorazioni di Alda Merini uscite in occasione della sua scomparsa (i famigerati "coccodrilli"...)
ce n'è una che mi è particolarmente piaciuta. Una di quelle testimonianze rivelative perfino al di là della stessa
volontà di chi le ha scritte, quella di Mario Baudino su «La Stampa», 2 novembre 2009, pagina 33:
«Quando, alla fine degli Anni 90, le fu conferita la laurea honoris causa dall'Università di Messina,
il prof. Antonino Pennisi iniziò la sua laudatio spiegando che un anno prima una studentessa gli aveva chiesto
un po' impaurita la tesi "su una poetessa che aveva visto in televisione». Commovente il barone
universitario che nella sua "laudatio" prende le mosse proprio da ciò che avrebbe dovuto mettere subito sul
chi va là: perché è proprio questo il grande problema, il comportamento di quanti dovrebbero per professione
chiarire le idee e invece le confondono, diffondendo consapevoli o meno una comprensione maligna della poesia.
La domanda da fare era: quanti sono i poeti, contemporanei soprattutto, di cui si sente parlare in televisione?
Risposta facile: nessuno. Per un motivo altrettanto semplice: il linguaggio della poesia non è compatibile con
quello televisivo, tanto rapido, incalzante, refrattario all'approfondimento quanto quello poetico è lento,
profondo, bisognoso di meditazione e di tempi lunghi. Eppure, continua Baudino a proposito di Alda Merini,
«la tv aveva fatto di quel personaggio così inconsueto, così attraversato dalla follia e proteso quasi
selvaggiamente verso tutto ciò che è vita, l'amore in primo luogo, un'icona mediatica. Da allora, da quando
Maurizio Costanzo aveva preso a invitarla al suo talk show, rappresentò l'unico caso di poeta italiano che
vendesse anche ventimila copie l'anno».
Come mai quest'anomalia? Alda Merini era un poeta con particolari capacità, in grado di imporsi di prepotenza
al mezzo televisivo? No: semplicemente Alda Merini non era un poeta, svolgeva con successo un altro mestiere.
Era appunto un personaggio, uno di quei tipi eccentrici e stravaganti, sopra le righe, dei quali i mezzi di
comunicazione odierni, e in particolare la televisione, nutrono una golosità sconfinata. Le sue rievocazioni
post mortem non per nulla sono zeppe di aneddoti succosi e non sempre particolarmente rispettosi: il
sussidio della legge Bacchelli se ne andava in "gigolo", vinse 36 milioni di lire a un premio e li spese tutti
rapidamente regalandoli ai barboni, pubblicò una poesia di Rilke spacciandola per propria, non scriveva i
suoi libri ma li dettava a chiunque le capitasse a tiro...
Ecco, le ultime due sono cose che un vero poeta non farebbe mai. La prima perché sa bene che plagiando un
collega notissimo si è subito scoperti, la seconda perché il modo infinitamente più pratico per annotare una
poesia che urge in testa, se si è alfabeti e provvisti dell'uso degli arti superiori, è quello di scriversela
da soli, non di partire alla ricerca di uno scriba. A meno che, è ovvio, non si voglia interpretare teatralmente
la parte del poeta ispirato e invasato.
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