MONTALE APOSTROFATO

"Ceci ce n'est pas de la poésie, c'est de la merde": il memorabile adagio magrittian-cambronnesco fu, pare, rivolta da un giovane e stizzito Alain Delon al poeta di Ossi di Seppia mentre questi, autorevole critico musicale del «Corriere della Sera», si stava recando fra un codazzo di ammiratori a una prima della Scala verso la metà degli anni Sessanta. Perché il rampante Alain era così risentito verso il critico-poeta? Ce lo spiega, citando un libro di ricordi su Giovanni Testori di Ambrogio Borsani, «La Stampa» del 19 febbraio 2010, p. 35: Montale, nume indigete della redazione del «Corrierone», «era fortemente sospettato di aver fatto sparire nel nulla una recensione molto favorevole di Carlo Bo» al primo libro di versi di Testori, del quale Delon era intimo amico.
Mai come allora, eccettuando l'irripetibile epopea dannunziana, i poeti furono così potenti, tanto da fare imbufalire con un'alzata di sopracciglio i pupilli del jet-set internazionale, i quali del resto erano pronti a battersi almeno con il turpiloquio per salvaguardare l'onore di un poeta di belle speranze. Ve li immaginate oggi Brad Pitt o Leonardo di Caprio che prendono cappello perché Maurizio Cucchi o Edoardo Sanguineti hanno snobbato la raccolta di un loro amico?
Questo potere e questa visibilità, resta da chiedersi, giovarono alla poesia? Leggendo le opere di Montale (per tacer di Testori...) di quegli stessi anni non ci si sentirebbe di rispondere di sì a cuor leggero.