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«'Mi piace', 'non mi piace', 'bello', 'non bello', e tutti i predicati di valore estetico, sono pronunciamenti
da riservare alle vacanze estive, quando ce ne stiamo sdraiati in riva al mare, sotto l'ombrellone». Erano gli
anni del nostro purgatorio accademico, e un oscuro professore di filologia italiana amava crogiolarsi in questo
sentenzioso effato. Il fatto che dinanzi alle intime ragioni della parola letteraria provasse un certo imbarazzo
è comprensibile: percepiva una non magra prebenda per trasmettere a più generazioni di docili discenti la sua
sconsiderata pseudoscienza, impasto di residui fin-de-siècle applicabile con eguale, patologica, acribia
alla Divina Commedia e all'elenco telefonico. Noi, per parte nostra, continuavamo a chiederci
perché mai, a dispetto di quel luminoso principio, il corso monografico di filologia italiana fosse
dedicato ai Trionfi del Petrarca e non agli scontrini della panetteria.
L'etichetta di Sala Garibaldi chiede di infrangere deliberatamente il veto del chiar.mo filologo riabilitando
la propria facoltà di pronunciarsi in merito alla bellezza di un'opera poetica, di un autore
o di un'intera temperie letteraria. «Mi piace» e «non mi piace», «qui il maestro ha inforcato», «qui
togliamoci il cappello», in Sala Garibaldi si può e si deve intervenire alla garibaldina, con provveduta semplicità
Non si è nemmeno tenuti a circostanziare più di tanto le proprie affermazioni, non solo perché le dispute sul gusto e
sulla sensibilità si risolvono in un inutile spreco di tempo, ma anche e soprattutto perché alle mediazioni del
raziocinio «Phemios» riserva altri luoghi.
Quanto alle visigoterie dei salotti radical-kitsch, all'autofagia e al saprofitismo delle università alla
liturgia sterile e trista dei convegni e alle altre innumerevoli suppurazioni degli opifici del vacuo, il passo,
qui come altrove nel nostro osservatorio, è sbarrato.
Ulios
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