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Carissimi,
vi scrivo per sottoporvi una domanda banale, una di quelle domande banali che però non trovano una risposta
altrettanto banale, almeno per me, ovvero dove si pubblicano poesie? Esistono riviste letterarie che accettino
testi di emeriti sconosciuti, li leggano e, se meritevoli, ne diano pubblicazione? La domanda, come dicevo,
è banale ma non trovo risposta e sono anni che non trovo risposta.
Al momento io non ho potuto fare altro che pubblicare su blog, mio e di qualche altra ospitale persona, ma
questo, mi è chiaro, non significa in realtà pubblicare nel senso che vorrei io, nel senso pieno del pubblicare
per sentire le reazioni, capire se quello che si scrive ha un qualche valore o meno.
Grazie per l'attenzione.
(Antonio Sabino | 14.10.2008)
Gentile lettore,
Noi dobbiamo essere ancora più banali, e ricordare che in Italia il mercato librario da tempo ha preso il posto
della società letteraria. Premettiamo di non avere nulla contro il mercato librario, un fatto inevitabile a
questo stadio dello sviluppo della civiltà: ma la caratteristica principale di un mercato è quella di essere
interessato soltanto a merci che abbiano serie possibilità di essere vendute in quantità remunerative e in tempi
sufficientemente rapidi. Ne è per sua natura escluso ciò che non rientra in queste categorie, a dispetto di tutti
i pregi che possa avere (perché esistono anche cose importantissime prive di un mercato, forse è inutile
precisarlo).
Le dovevamo questo cappello nel caso in cui Lei intendesse "pubblicare poesie" nel senso di "avere in qualche
modo accesso al mercato librario". La poesia è per l'appunto una di quelle cose che al mercato librario non
interessano perché non sono facilmente vendibili. Le conclusioni non cambiano di molto se si parla di riviste:
anche le riviste in genere fanno parte di un mercato.
Le reazioni possibili a noi sembrano in sostanza due: o si cerca di capire cosa vuole il mercato, e quindi ci
si sforza di fornirglielo, oppure si prende atto che si fa qualcosa di diverso. Di alternativo, vorremmo
dire, pur rendendoci conto che la parola è abusata e maltrattata: dunque altre vie, altri circuiti, altri modi
di proporsi e prima di tutto di pensare. In buona parte ancora tutti da inventare.
Cordiali saluti dalla redazione di Phemios.
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In riferimento all'editoriale
Con il cappello in mano. Una gloria fruibile. I poeti cercano una gloria fruibile. Se la loro
mentalità arriva a contemplare la perpetuità - ma a livello inconscio ci
arriva sempre - la fruibilità viene trascritta in termini di immortalità.
Se invece non ci arriva, si accontentano di una gloria lunga quanto una
vita, o persino di una gloria a tempo indeterminato. Il motivo per cui dopo
la pubblicazione molte persone sensibili che scrivono versi cadono in
depressione è questo: pensavano di essersi acquistate una visibilità, una
patente, una consacrazione, una qualche gloria appunto, e invece si
accorgono che è stato come bruciare una pagina di giornale in un altoforno,
una fiammella, magari anche vivace, in un oceano di fuoco. Il movente del
gesto, della ricerca di visibilità, è l'affermazione di una identità
personale cui sono attaccati e cui vogliono dare consistenza, in altre
parole l'esigenza di conferire un senso alla vita della propria persona con
i mezzi più economici e più prossimi all'esperienza personale e
identitaria: le parole. Anche se impaniato nel milieu romantico, o forse
proprio grazie a questo, il pensiero idealista aveva ben individuato
l'essenza della lirica, nonché il suo motore: lo spirito soggettivo. C'è
una severa saggezza in quest'analisi.
(Giuseppe Scarpati | 18.4.2007) |
Mi chiedo spesso, e qui chiedo anche a voi, se questo
oblio della poesia, la confusione che regna tra chi crede di fare poesia,
non segni la fine di un'epoca. Pur senza spolmonarsi in vaticinii apocalittici,
anche perché di rivelativo in tutto questo ci vedo ben poco, ho
l'impressione che ormai viviamo e condividiamo uno stato di cecità diffusa.
A me sembra che ci siano in giro soltanto professoretti pseudoletterati,
parolieri di canzoncine, amatori che si prendono troppo sul serio,
poetastri con mentalità da fanzine, fanatici, maniaci, specialisti ecc. Una
discarica di rifiuti antropologici indifferenziati, accomunati da un'unica
prerogativa condivisa: non sanno più che cosa sia la poesia e attribuiscono
(auto)certificazioni di poeticità alle idiozie e alle bagatelle più
disparate. Da parte loro le facoltà letterarie, che pure voi in qualche
editoriale mi sembra difendiate, hanno fatto enormi danni, ma lo sfacelo ha
molte altre concause. Il clima è quello di fine dei giochi, senza alcun
preludio a nuove aurore. Io ammiro la pervicacia della vostra
testimonianza, ma cui prodest?
(Federico L. Roncaglia | 4.4.2007)
Abbiamo piena coscienza della congiuntura in cui ci troviamo a operare e
siamo giunti da tempo a conclusioni analoghe alle sue. Anche a noi sembra
che si stia smarrendo il senso di cos'è la poesia. Con la desacralizzazione
è in atto anche una spoeticizzazione nelle nostre società. Lentamente, ma
neanche troppo, la poesia è stata eliminata non solo nel
"popolo", dove ha risieduto sempre pochissimo, ma perfino nelle
sfere dell'alta cultura. Lo stesso approccio alle questioni letterarie
diventa sempre più piatto, corrivo, unidimensionale. Potrei fare diversi
esempi. Recentemente un narratore neòtero affermava: "Alla fine, cosa
conta la forma? Quello che a un lettore resta impresso di un romanzo è la
trama, i fatti". Gente che non sa nemmeno chi sia De Sanctis -
parliamo del XIX secolo -, e ignora che forma e contenuto sono inscindibili
e che nessuno potrà mai pubblicare "una trama". Altro esempio: ho
avuto modo di visionare un libro di "poesie" uscito da poco che
alla fine riportava una ricca bibliografia (!) di articoli di cronaca e di
altre fonti del genere. Mi fermo qui. Siamo tornati a una concezione della
letteratura come svago o al massimo blanda critica sociale. Romanticismo,
Simbolismo eccetera sono passati invano? Quanto alla nostra testimonianza,
consideriamola la cattiva coscienza di quest'epoca. Il ruolo spiacevole dei
grilli parlanti, nella speranza che almeno qualche Pinocchio ascolti. |
Ho letto le vostre critiche anche feroci contro
alcuni poeti, soprattutto quelle della vostra rubrica "letture di
impoetici", e non posso fare a meno di notare un gusto della
distruzione, vorrei dire quasi del linciaggio morale. Ridicolizzare una
poesia con una lettura ironica è molto facile, però. In questo modo
qualsiasi cosa può essere messa in cattiva luce. Ma quale beneficio potrà
ricavarne la poesia?
(Anietta Montorsi | 13.3.2007)
Di tutto possiamo essere accusati, tranne che di essere fautori della
distruzione: quanto agli atteggiamenti facili, lo è anche, e molto, quello
di considerare tutto poesia. Forse è tranquillizzante ("tutto è
poesia, quindi anch'io ho speranza"), di sicuro non molto onesto. Ed è
facile anche accodarsi docilmente a qualche slogan celebrativo che faccia
sentire in buona compagnia e sufficientemente aggiornati. Impadronirsi di
qualche metodo critico e utilizzarlo qualche volta su autori che abbiamo
intorno aiuta invece senz'altro a capire meglio.
(j.p.) |
Lettera aperta a Jacopo Panerai
Bizzarri i malintesi cui talvolta hanno dato luogo le pagine di «Phemios».
Eterogenesi dei fini?
Evidentemente quest'epoca non troppo fortunata ha il suo destino e
qualunque cosa si vada affermando finisce in un alveo prefigurato e
precostituito. Ma se c'è qualcosa che la maggior parte dei nostri lettori
sembra davvero avere capito, è che «Phemios» ha un chiaro indirizzo
antidissacratorio e, aggiungo a costo di incorrere in ulteriori malintesi,
filotradizionale.
Le sortite polemiche ci sono - ha ragione la nostra interlocutrice - ma
nascono da un gusto della c o s t r u z i o n e [...]
[IL SEGUITO DI QUESTO CONTRIBUTO È DISPONIBILE IN
«
IL DESTINO DELLA POESIA » |
Spettabile Redazione,
nel tempo della povertà, per citare il gran lirico di Germania, abbiamo avuto
molti blagueurs, specialmente dopo il 1960, quando l'infezione marxista ha
cominciato a monopolizzare il mondo della cultura, con psicanalisi,
semiotica e riduzionismi di ogni genere a far da bordone. Oggi, nel tempo
dell'estrema povertà, nel tempo della miseria, a farla da padroni sono i
clown. Ecco perché oggi l'arte contemporanea non solo è un'impostura, come
ieri, ma più semplicemente non esiste. Quel che è rimasto è solo il gesto
sterile dei rituali di club e gallerie o, se preferite, il "mercato
dell'arte", che mercifica l'arte fino al 1950 circa e mercifica il
nulla, ovvero il mercimonio, post 1950. Avesse qualche traccia di nobiltà
la definirei una mistificazione, ma è pura prestidigitazione clownesca. E
così chi clown non è non ha chances, a meno che non si travesta ed entri in
partita, mettendosi in contatto con i pagliacci del momento. Peccato.
(Marcello Nardis | 8.1.2007) |
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